Generazione GTA

venerdì, aprile 15, 2016 8:28 | Filled in diario, emozioni, libri, madre, parole, scuola

Mettiamo che mio figlio sta per compiere 14 anni, che se fosse per lui passerebbe ore ed ore a giocare sul cellulare, che gli ho cancellato un gioco dal telefono che gli stava mangiando l’anima e che quando l’ho fatto si è messo a piangere perché “ce l’hanno tutti, ci giocano tutti, perché non mi fai essere normale?”. Mettiamo che l’unico gioco che ha sulla Play è Fifa. Che ora mi chiede di poter acquistare (coi suoi soldi “se no perché il nonno me li regala a me i soldi e non li dà a voi, se non posso comprarmi ciò che voglio?) GTA. Me lo chiede perché “ce l’hanno tutti, ci giocano tutti, perché non mi fai essere normale?”. Aggiunge anche che a quel gioco ci ha già giocato a casa degli amici e una volta ero anche quasi presente io e ho potuto vedere di che si trattasse e per non infierire sulla madre del suo amico pur presente mentre ci giocava, e parlo di quando mio figlio aveva 11 anni, non ho detto nulla. In quell’occasione ho sicuramente sbagliato. Perché si tratta di un gioco vietato ai minori di 18 anni. Perché se tu permetti a tuo figlio di giocare a un videogioco vietato per età, dovresti almeno chiedere a me genitore dell’amico se puoi o no permettergli di giocare. Se a casa mia passano amici dei miei figli non mi permetto di far vedere neppure film vietati o per fascia di età o per argomenti che considero non adatti. E questa è già una questione. Non essendo sicuramente riuscita a spiegare con sufficiente autorità a mio figlio perché sono contraria a che abbia quel gioco perché resto la madre di un adolescente che vive tra adolescenti che hanno ai suoi occhi più autorevolezza di una 41 enne rompicoglioni, stamattina decido di documentarmi alla ricerca di qualcuno che avesse scritto qualcosa in merito di scientifico a suffragare la mia idea che giochi di quel tipo possono rendere tolleranti rispetto alla violenza (e la nostra società non ha certo bisogno), possano in una personalità in formazione (non a caso il gioco sarebbe vietato ai minorenni anche se i commercianti continuano a venderli perché il giro a quanto pare è miliardario) creare confusione tra realtà e virtualità nell’ambito di sentimenti, emozioni, vendette, reazioni in generale. E cosa trovo? Su internet, intendo. Schiere e schiere di articoli che vogliono dimostrare che non c’è correlazione tra violenza e videogames. Qualche sporadica voce fuori dal coro, smentita o presa in giro da articoli successivi. Anche convegni di psicologi che avvertono di non demonizzare. E allora, io mi faccio delle domande. Che anche gli psicologi siano appassionati di GTA? Che si sentano di giustificarsi perché lo hanno appena regalato al figlio insistente? Che il giro di miliardi sia tale da impedire, come nel caso dell’alimentazione di utilizzare olio di palma, glucosio o latte in polvere ovunque e comunque? Che non ce ne frega veramente più niente di educare, perché è così facile dire sempre di sì e per chi decide ancora di fare muro (e di farsi odiare dai figli perché il leit motiv del “ce l’hanno tutti” è davvero una realtà) la vita è ancora più dura di quanto dovrebbe essere? Ma che genitori siamo diventati? Ma ce l’abbiamo ancora un’idea di cosa significhi e di quanto faticoso sia avere la responsabilità di una vita che si va formando e che dovrà diventare una persona per bene, capace di fare delle scelte proprie e personali, di essere unico e diverso, magari simile a qualcuno ma non a “tutti”? E arrivo all’ultimo punto che pur mi sta molto a cuore. Dico a mio figlio “leggi”. Perché non leggi libri, lì trovi tutto quello che cerchi nei videogames? La risposta è “nessuno legge i libri, dei miei amici”. Bene, dico, dovrò controllare ancora di più chi frequenti. Mettiamoci che io ho letto libri ai miei figli da quando sono nati, che qualche sera, anche se sono grandi e stanchi, mi chiedono ancora di leggere perché si addormentino, che vivono in una casa immersa da libri, eppure… Mettiamoci che negli ultimi due anni di scuola media a mio figlio sarà stato chiesto dalle insegnanti di leggere due libri, sì e no, perché certo “la scuola si adatta”, cioè si piega e preferisce i filmati di you tube alle parole scritte così faticose… Mettiamoci quello che vogliamo ma se noi genitori tutti insieme non diventiamo capaci di mettere delle regole e di farle rispettare, ci diventerà sempre più difficile riuscire a comunicare con i nostri figli. Io sono comunque disposta a farmi odiare dai miei figli per tutti gli anni dell’adolescenza perché ho il sogno di costruire persone per bene, ma nello stesso tempo mi chiedo: perché devo fare più fatica di quanto mi spetta? Pensiamoci.

Angeli per caso

giovedì, febbraio 4, 2016 10:08 | Filled in diario, emozioni, follia, libri, parole, tempo

Bisognerebbe resistere alle tentazioni. La tentazione è un rischio. Non sai prima, nel caso, il prezzo da pagare.

 

Amare i libri più di te stesso, amare le parole, certe parole, più della tua libertà. Crescere e sapere che finché avrai la possibilità di cercarne ancora non sarai mai solo. Vivere e pensare una strada, senza credere che quelle parole, mai, saranno la tua strada. Riuscire ancora a vedere una via parallela a quella, dove il sacro, tutto il sacro e il senso dei tuoi passi arrivano come tanti piccoli caratteri stampati.

 

Il sacro è strano. Quando lo hai conosciuto, dipende. Dipende da cosa la vita ti consegna. Il destino può gettarti ovunque, ma all’origine, principalmente, fa una scelta: può da subito consegnarti al mondo o da sempre consegnarti all’abisso della tua anima. Dipende dalla storia, grande e piccola, dipende dagli incontri? Il destino è un fato. Capire il mondo, farne parte, abitarlo, conoscerlo, il mondo dove sei stato buttato intendo, è un’avventura mozzafiato. Quante cose è il mondo! Il mondo è fatto di persone che ti assomigliano, il mondo è fatto di relazioni, di occasioni. L’anima è un pozzo, è una discesa agli inferi dove gli sprazzi di paradiso non sono che pause di respiro tra una discesa e l’altra. Non saprei dire se esiste un momento, quel momento preciso in cui un demone bussa alla tua porta e ti tenta e tu dici di sì, perché Soffri e sii grande trova eco nelle corde del tuo cuore, perché Soffri e sii grande è un senso, dà un senso, finalmente un senso, un senso che affascina, tenta e include. Il pozzo è fatto di solitudine, di assenze e di incomprensioni. Il pozzo è fatto di un tempo diverso, attese circolari. E’ fatto di gioie e dolori che hanno una lingua severa, misteriosa, è fatto di percorsi mentali e sentimentali sconvolgenti. E’ fatto di parole difficili, di discorsi dislessici, balbettati, di corrispondenze magiche spesso con i pensieri stampati dei morti. Di emozioni primordiali, di suoni che provano a venire al mondo quella volta come ogni volta la prima volta.

 

E nei bagliori di troppa luce o nel buio di troppo nero, urli, articoli parole. E quasi sempre le parli a mente, senza la voce, non le fermi, volano via. Poi, ogni tanto, le scrivi. E quando le hai scritte, provi a sistemarle e quando le hai sistemate cerchi di darle al mondo e scopri che il mondo non ti assomiglia e scopri che quel mondo che dovrebbe essere fatto di gente che come te ha incontrato il demone almeno una volta nella vita, non crede nemmeno che esista, non ha tempo neppure per ascoltare, perché ha il volto di chi alla slot machine di una pessima scrivania prova a tirar giù monete, tante monete, anche false ma che passano di mano in mano talmente veloci che non fai in tempo ad accorgerti della truffa.

 

Bisognerebbe leggere e emettere suoni da soli, in privato. Farlo com’è all’inizio, prima degli esordi, quando le parole nutrono e basta. Perché quando ti accorgi di aver perso l’incanto, hai perso tutto, tutto il senso. Perché poi è difficile. Perché poi.

 

Meglio non intravedere la sozzura dell’industria, meglio restare in casa e pensare che le parole che vai ad acquistare siano uno straordinario e benedetto dono del cielo, prodotte e gestite da angeli che non vogliono altro che il tuo bene, per sempre. E allora sì, ti rassegni, perché ti eri dimenticato che di fronte a tanto, tu davvero non sei degno, non sei capace. E allora davvero, di nuovo, potrai leggere a tuo figlio frasi, pagine e parole ed esser capace di fargli sentire la vertigine, quella di essere mai come in quel momento vivo. Anche se è tardi per te per tornare al mondo. Anche se è ormai troppo tardi, ci sono vite davanti a te, oltre te, a volte radicate in te.

 

L’età non conta. Purtroppo.

martedì, novembre 17, 2015 9:51 | Filled in diario, libri

Ieri su La Stampa un articolo di Paolo Di Paolo dal titolo “Scrittori, i tormenti dell’età di mezzo”. Denuncia il fatto che molti nomi che negli anni ’80 e ’90 hanno esordito con importanti case editrici sono finiti oggi a pubblicare con piccole case editrici, come Giulio Mozzi da Mondadori a Laurana (obs!, magari direbbe qualcuno…) o, addirittura, come Beppe Sebaste da Einaudi all’autopubblicazione su Amazon. E dire che loro c’hanno pure un agente, magari uno di quelli che contano. L’articolo ci prova ma non centra ancora tutto l’argomento. Tutto l’argomento sarebbe che oggi se non hai un agente fatichi a farti leggere (non dico mica pubblicare… per la carità!) anche dalle case editrici piccole. E che oggi per farti leggere da un agente (che quasi sicuramente, nel caso, ti dirà che il tuo libro non è piazzabile da nessuna parte, se ti va bene, se no ti dice proprio che non gli piace) devi pagare parecchie centinaia di euro per avvalerti del suo servizio di lettura e valutazione (anche se hai già pubblicato…) oppure parecchie centinaia di euro per iscriverti a un corso di scrittura con quelli che ti promettono a fine corso di presentare la tua opera proprio a quegli stessi agenti che magari non hai voluto pagare prima. Se no puoi pubblicarti da solo oppure affidarti al mare magnum di editori a pagamento o quasi che, nonostante quanto scritto nel contratto che firmerai, non ti faranno editing né promozione, che allora è quasi meglio fare da soli. Se vai a scavare i nomi di quelli che ti possono aiutare a stare nel giro (far girare il tuo nome, magari i tuoi articoli che a volte ti commissionano pure) sono sempre gli stessi. Quali? Quelli che si chiamano tra di loro “amici”. Gli “amici” si complimentano uno con l’altro ad ogni cacata che dicono  o scrivono su un social network qualsiasi, investono tempo a spiare cosa fanno l’uno con l’altro per essere al passo coi loro tempi, e poi non so che altro facciano insieme, ma sicuramente spendono un sacco di tempo a pensarci. Poi ci sono gli amici senza le virgolette, ai quali non chiederai e non ti offriranno mai di intercedere per te in qualche modo perché quelli ti vogliono bene.

 

E poi c’è chi manco i social network c’ha e sta a casa sua a scrivere ciò che non verrà mai letto o pubblicato e quello lì è proprio fottuto. Anche se è bravo. Anche se fa cose interessanti. Anche se. Però poi alla fine pensa di non essere abbastanza bravo e allora non sbraita più di tanto, un po’ si deprime, un po’ piange (la sera nel suo lettuccio), smette di rompere le scatole a vuoto, smette anche di spedire perché alla fine costa pure quello e si rintana a leggere autori morti perché di quelli vivi (italiani, soprattutto) che pubblicano con le major non si fida.

Il quadro è più deprimente di quel che sembra. Io di amici ne ho un paio, forse uno e mezzo. I libri li cerco più volentieri nelle biblioteche che in libreria dove, purtroppo, mi fa abbastanza schifo entrare. Mi viene l’ansia. I soliti nomi, i soliti marchi, la stessa scelta (!) ovunque. Mi piacerebbe tornare indietro nel tempo, quando non sapevo niente, quando le librerie erano cattedrali e tutto era così prezioso, tutto ciò che c’era dentro, perché ero sicura, si trattava di quanto meglio ci fosse in circolazione, per dio!, l’avevano pubblicato!, e mica solo piccoli editori! ma proprio i grandi!, quelli che ci vedevano meglio di tutti!!!!! Sono cambiati i tempi o anch’io mi sono fatta prendere in giro per tanto tempo prima? Io penso che quando le persone per parlarsi si dovessero incontrare vis à vis o quando per assorbire le distanze si dovessero scrivere lettere a mano, o semplicemente quando si tentava di fare cultura (portare al mondo qualcosa di nuovo, cercare nuovi sapori, fare innovazione: ciò che salva da che mondo è mondo qualsiasi impresa, che si tratti di libri o tortellini), un po’ si leggesse anche meglio. Vado ad acquistare su Amazon “Fallire” di Beppe Sebaste, il romanzo autopubblicato, secondo me è proprio un buon acquisto.

Facciamo posto nella libreria Athena

giovedì, ottobre 15, 2015 8:17 | Filled in facciamo posto

                                                                     copertina facciamo posto
 SABATO 24 OTTOBRE

ORE 17.30

c/o la LIBRERIA ATHENA

via Cesare Battisti 12 a Pergine Valsugana

interviene

CLAUDIA BOSCOLO

saggista e studiosa di letteratura

                                      

Il posto delle parole

domenica, ottobre 11, 2015 16:03 | Filled in facciamo posto

Sabato 10 ottobre sono stata ospite di Livio Partiti nel suo bellissimo programma radiofonico di TRS. Tutta la trasmissione, come ogni sabato (dalle 8.30 alle 12.00), merita un ascolto perché Livio Partiti ha la capacità di scavare nelle parole degli altri per raccontare libri ma anche per riflettere su ciò che nei libri non sempre riesce a entrare. E scusate se è poco, ma questo è l’effetto che fa passare una mattinata in compagnia di un uomo gentile, pacato, colto e appassionato.

 

L’intervista qui:

 

 

Ma la bellezza resta fuori fuoco

venerdì, ottobre 9, 2015 17:48 | Filled in facciamo posto

Massimo Onofri, docente, scrittore, critico, uomo, questa mattina ha recensito su Avvenire il mio libro Facciamo posto.

 

Lo ringrazio di cuore. Per tanti motivi. Certo, perché ancora una volta si è occupato di un mio libro. Certo, perché la sua analisi è lucida e chiara. Certo, perché ha speso belle parole. Ma soprattutto perché tra tutti gli uomini e le donne che ho conosciuto (poco o tanto) che si occupano di libri, è l’unico che, pur distante nel tempo e nello spazio, in questi anni non si è mai dimenticato di me.

 

Per me Massimo Onofri è un maestro. La mia vita di studentessa ha fatto percorsi strani. E allora non ho studiato critica letteraria e nemmeno mi sono laureata in letteratura italiana, ma grazie ai suoi libri sto continuando ad imparare. E allora scopro scrittori, scrittrici e scritture e nelle sue parole e nelle loro parole ritrovo l’emozione di una quindicenne che non vede l’ora di entrare in libreria e scoprire che il libro che sta tanto aspettando è finalmente arrivato.

 

Se amate le parole, se amate l’emozione che sanno dare, cercate i suoi libri.

 

La recensione è qui.

 

Perché ho disattivato facebook

lunedì, settembre 7, 2015 14:22 | Filled in diario, senza categoria

Da qualche giorno non esisto più su facebook e la cosa mi ha dato serenità. Non che scrivessi molto, anzi quasi per niente… però nolente o volente leggevo, perché il telefonino mi aggiornava continuamente e spesso mi veniva il nervoso.

 

Sovraesposizione continua della vita di ognuno, foto, pensieri, parole che non costano niente o molto poco e che poi non hanno nessun riscontro nella realtà, quasi che non fosse possibile una vita se non facebookiana, che se per un giorno solo non lanci qualcosa, poi hai paura di essere da solo per davvero, di diventare invisibile. In un momento in cui nessuno ha tempo per nessuno, se non per se stesso, in cui i rapporti sono retti dalla convenienza, perché tutti abbiamo paura ma guai a dirlo per primi. In un momento (non so, magari tutti i momenti della storia sono stati uguali, ma questo mi sembra peggio, ecco peggio…) in cui gli invisibili della terra stanno facendo la storia, in cui ogni uomo nel fondo di sé dovrebbe compartecipare di questa invisibilità e cercarla per diventare finalmente vero, attore della vita reale, capace di parlare e di ascoltare sul serio quelle onde che solo il cuore sa lanciare. E il cuore lo fa nel silenzio, in uno spazio neutro, non intasato da tutto il peggio dei riflessi delle anime degli altri.

 

Lì sembriamo tutti amici, tutti buoni, tutti belli, tutti felici, lì ci illudiamo di trovare alleanze, lì ci mostriamo al mondo e pensiamo di dire cose fantastiche. Invece glorifichiamo un ego che gliene frega a qualcuno solo per il tempo di un “mi piace”.

 

Magari mi sbaglio, forse mi sbaglio, ma ho voglia di continuare ad errare, perché l’amplificazione di noi stessi potrebbe scoppiare da un momento all’altro e mi sto corazzando per l’esplosione.

Facciamo posto non piace

lunedì, settembre 7, 2015 9:21 | Filled in facciamo posto

non mi piacePrimo bilancio dopo l’estate e prima delle prime presentazioni.

 

Non so quante copie di Facciamo posto siano state acquistate in generale. So per certo che ne sono state acquistate tre, una su amazon (mio padre) e due in libreria (a Torino e a Siena da due mie zie). Io ne ho regalate 26, di cui due a biblioteche. Quindi sicuramente sono arrivate nelle mani di qualcuno 25 copie o giù di lì. Ho ricevuto in tutto 6 riscontri, di cui 5 positivi (con qualche riserva sul finale) e 1 negativo. Quello negativo arriva da una cara amica di cui mi fido e che per me è cartina di tornasole: i giudizi positivi sono sinceri? Tutti gli altri riscontri non sono mai arrivati perché il libro non è piaciuto?

 

Ammesso e concesso che non tutte le persone a cui regali un libro, poi lo debbano leggere. Ammesso e concesso che i tuoi parenti, solo perché sono parenti o gli amici solo perché sono amici, poi ti debbano leggere, ammesso e concesso che anche chi ti legge poi si debba sentire motivato, solo perché ti conosce e ha ricevuto il libro in regalo, a dirti cosa ne pensa, ammesso e concesso che ognuno c’ha i suoi tempi di lettura, il risultato è deludente.

 

Se qualcuno di voi passa di qua e ha avuto voglia di leggermi, gli sarei molto grata avesse voglia di esprimermi un suo parere. Il libro è ordinabile su IBS, amazon e altri siti, oltreché ordinabile in tutte le librerie, oltreché prestabile nelle biblioteche di Pergine Valsugana e San Giovanni Lupatoto.

 

Ci saranno le presentazioni a fine mese, quelle probabilmente ci saranno, e vi farò sapere esattamente dove e quando.

Tempo di imparare

giovedì, luglio 30, 2015 10:35 | Filled in libri

tempo di imparareIo madre, tu figlio.

Questo è un libro da leggere. Tutti i libri di Valeria Parrella lo sono, ma questo prima degli altri. Perché è un libro difficile da scrivere, più difficile degli altri. Quando sono in gioco i sentimenti di questo libro è più difficile farli diventare libro. Perché ad ogni pagina ti rendi conto che magari non sei proprio felice della tua vita, di come sono andate o stanno andando le cose, ma poteva andare peggio, poteva essere più complicato. E allora ti guardi intorno, indietro e davanti e pensi che è bello così. Perché, essendo un libro scritto da una che sa scrivere per davvero e mica che mette insieme le prime parole che le capitano a tiro, quella sensazione lì te la porti appresso e dura per parecchio, chissà, potrebbe durare per sempre.

Niente viene dato per scontato. Non è scontato neppure sentirsi madre quando lo si diventa. C’è sempre un momento in cui ti accorgi di esserlo e allora ti vedi agire da madre. Poi magari non ti ci senti più, vorresti altro. In questo libro di quei momenti ce ne sono tanti e, vivaddio, chi racconta ha il coraggio di dirlo.

Un libro per tutti, però, padri, scapoli e scapole e figli. Perché nessuno in questa vita dovrebbe esimersi dal voler imparare ogni giorno che ogni giorno può essere nuovo.

 

 

E’ nato

mercoledì, luglio 8, 2015 9:46 | Filled in senza categoria

Il 6 luglio 2015 è venuto alla luce Facciamo posto.

 

Il 3 giugno del 2009 nasceva Gli ultimi occhi di mia madre .

 

Stamattina mi sono svegliata e ho realizzato quanto questi due momenti siano diversi. Il 3 giugno 2009 ero a Verona, c’era un sole infuocato, i miei bambini erano a scuola e all’asilo e io giravo le librerie per fotografare le copie negli scaffali. Ero orgogliosa. I miei figli avevano una madre scrittrice, questo era il mio pensiero. Il riscatto di chi non aveva mai pensato di meritarsi niente. Finalmente avevo acquisito un valore, anche io potevo realizzare qualcosa di grande. Stamattina sono nella mia nuova città. Pergine si è svegliata con la pioggia che dopo tanto caldo non fa male. Non farò nessun giro. Non credo di trovare copie in libreria ancora e non mi sento orgogliosa, rispetto a ieri non è cambiato nulla.

 

Sono passati sei anni e sono stati sei anni intensi, come sempre dovrebbero essere, certo. Ci sono state molte pagine scritte in mezzo e molte gettate al macero. Mesi senza parole da leggere o da scrivere e giorni di tastiera intensa. Ho perso e ritrovato mio marito, i miei figli sono adolescenti, ho un cane, ho lavorato fuori casa come una pazza e poi ho smesso, ho preso psicofarmaci, mi sono persa e poi mi sono riacchiappata grazie all’aiuto di splendide persone, ho traslocato due volte, insomma ho fatto del mio meglio ma anche del mio peggio per restare Viva. I miei figli oggi sanno chi sono. Hanno visto scoraggiamenti e fiducia, hanno visto la fatica. E io ho capito che i premi stanno da un’altra parte.

 

Il mondo è cambiato. Si è inacidito. La sicurezza è un concetto da commedia.

 

Ho pensato che non avrei più scritto, quando ho scritto che non avrei più pubblicato. E invece. Il mio nuovo editore è un piccolo editore. Ma è Gentile. Risponde, incoraggia, è garbato e educato. Non è poca cosa la gentilezza, oggi.

 

Non so se ho scritto un libro degno, destinato a restare. So che ho fatto del mio meglio per raccontare un mondo che non mi piace, che inghiotte velocemente e poi vomita in fretta. Bisogna far posto alla gentilezza, alla cortesia, all’educazione e alla pazienza, bisogna far posto al futuro, ma farglielo subito, adesso, prima che scompaia del tutto.