Angeli per caso

giovedì, febbraio 4, 2016 10:08 | Filled in diario, emozioni, follia, libri, parole, tempo

Bisognerebbe resistere alle tentazioni. La tentazione è un rischio. Non sai prima, nel caso, il prezzo da pagare.

 

Amare i libri più di te stesso, amare le parole, certe parole, più della tua libertà. Crescere e sapere che finché avrai la possibilità di cercarne ancora non sarai mai solo. Vivere e pensare una strada, senza credere che quelle parole, mai, saranno la tua strada. Riuscire ancora a vedere una via parallela a quella, dove il sacro, tutto il sacro e il senso dei tuoi passi arrivano come tanti piccoli caratteri stampati.

 

Il sacro è strano. Quando lo hai conosciuto, dipende. Dipende da cosa la vita ti consegna. Il destino può gettarti ovunque, ma all’origine, principalmente, fa una scelta: può da subito consegnarti al mondo o da sempre consegnarti all’abisso della tua anima. Dipende dalla storia, grande e piccola, dipende dagli incontri? Il destino è un fato. Capire il mondo, farne parte, abitarlo, conoscerlo, il mondo dove sei stato buttato intendo, è un’avventura mozzafiato. Quante cose è il mondo! Il mondo è fatto di persone che ti assomigliano, il mondo è fatto di relazioni, di occasioni. L’anima è un pozzo, è una discesa agli inferi dove gli sprazzi di paradiso non sono che pause di respiro tra una discesa e l’altra. Non saprei dire se esiste un momento, quel momento preciso in cui un demone bussa alla tua porta e ti tenta e tu dici di sì, perché Soffri e sii grande trova eco nelle corde del tuo cuore, perché Soffri e sii grande è un senso, dà un senso, finalmente un senso, un senso che affascina, tenta e include. Il pozzo è fatto di solitudine, di assenze e di incomprensioni. Il pozzo è fatto di un tempo diverso, attese circolari. E’ fatto di gioie e dolori che hanno una lingua severa, misteriosa, è fatto di percorsi mentali e sentimentali sconvolgenti. E’ fatto di parole difficili, di discorsi dislessici, balbettati, di corrispondenze magiche spesso con i pensieri stampati dei morti. Di emozioni primordiali, di suoni che provano a venire al mondo quella volta come ogni volta la prima volta.

 

E nei bagliori di troppa luce o nel buio di troppo nero, urli, articoli parole. E quasi sempre le parli a mente, senza la voce, non le fermi, volano via. Poi, ogni tanto, le scrivi. E quando le hai scritte, provi a sistemarle e quando le hai sistemate cerchi di darle al mondo e scopri che il mondo non ti assomiglia e scopri che quel mondo che dovrebbe essere fatto di gente che come te ha incontrato il demone almeno una volta nella vita, non crede nemmeno che esista, non ha tempo neppure per ascoltare, perché ha il volto di chi alla slot machine di una pessima scrivania prova a tirar giù monete, tante monete, anche false ma che passano di mano in mano talmente veloci che non fai in tempo ad accorgerti della truffa.

 

Bisognerebbe leggere e emettere suoni da soli, in privato. Farlo com’è all’inizio, prima degli esordi, quando le parole nutrono e basta. Perché quando ti accorgi di aver perso l’incanto, hai perso tutto, tutto il senso. Perché poi è difficile. Perché poi.

 

Meglio non intravedere la sozzura dell’industria, meglio restare in casa e pensare che le parole che vai ad acquistare siano uno straordinario e benedetto dono del cielo, prodotte e gestite da angeli che non vogliono altro che il tuo bene, per sempre. E allora sì, ti rassegni, perché ti eri dimenticato che di fronte a tanto, tu davvero non sei degno, non sei capace. E allora davvero, di nuovo, potrai leggere a tuo figlio frasi, pagine e parole ed esser capace di fargli sentire la vertigine, quella di essere mai come in quel momento vivo. Anche se è tardi per te per tornare al mondo. Anche se è ormai troppo tardi, ci sono vite davanti a te, oltre te, a volte radicate in te.

 

You can leave a response, or trackback from your own site.

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento