El especialista de Barcelona

lunedì, gennaio 7, 2013 11:00 | Filled in senza categoria

busi

Due articoli fa mi ero ripromessa di leggere e ho letto. Ho letto la sera, prima di dormire, perché il libro che ho letto io ha avuto per me una voce serale, notturna. Una voce feroce e veloce ma che accompagna dolcemente passo dopo passo a un riposo del corpo. E’ un corto circuito, me ne rendo conto, ma se il protagonista che racconta sta seduto su una panchina della Rambla, io che leggo, sentendolo parlare, mi sento proprio la foglia sopra di lui che tranquilla, prima di cadere, prima di morire, prima di dormire, si coccola all’aria tiepida della dolcissima Barcellona e mi sembra proprio di essere lì in quel viale, perché se a Barcellona ci sei stato, da lì riconosci le luci, gli odori, i passi, i colori.

 

La sera, prima di dormire, per molte notti, ho letto parole scritte da un dio della parola. Ma quante ne conosce, ma quante ne sa, ti dici, leggendo, ma quante riesce a dirne in una immensa lunga frase sola? Posso buttare all’aria il vocabolario, mi dicevo, non mi resta, per completare la mia conoscenza della lingua italiana, che leggere tutti i libri che Busi ha scritto, tutti quelli che non ho ancora letto. E non basta leggerlo una volta questo libro, perché troppe parole volano senza che le fermi e ogni lettura sicuro me ne farà scorpire delle nuove. Ma non lo rileggerò adesso.

 

C’è nella voce che racconta questa storia, o che ne racconta solo una parte, una dolcezza sconfinata, una malinconia straziante di tutto ciò che noi umani potremmo avere o essere e non avremmo o non saremmo mai, perché una vita non basta, perché bisognerebbe passo a passo ricominciarla da capo, corrreggendo gli incontri. C’è il tempo, l’attesa, la presenza (mai l’assenza, non si parla di assenza), c’è la cura nel senso del prendersi cura. C’è un nano-non nano con gli stivaletti alti che dorme nel suo letto, e per noi che leggiamo lì dormirà per sempre.

 

Eppure, nel libro che ho letto io del libro che ha scritto Busi, manca il baricentro, manca la percezione di una rivelazione più grande di tutte le altre. Non intendo uno svelamento, che non di questo si tratta in questo libro, ma un cuore, un cuore più grande che continui a battere anche dopo l’ultima parola. Come se raccontare tutto fino in fondo, fino al centro, fino al cuore, ad un certo punto fosse stato impossibile perché, se come dice Busi “il male non è che l’assenza del bene” (e/o viceversa, sinceramente non ricordo, vado a memoria), aldilà del bene e del male è possibile andare? chi ci è arrivato? con quali espedienti? perché? e soprattutto: è possibile? Io penso di sì, che ci sia un modo per conquistare quel territorio della sospensione del giudizio, e, per farlo, bisogna percepire una verità più grande di tutto, più vera di ciò che è vero. Una verità che è così vera per me che scrivo da non lasciare replica, una verità che metta in discussione tutte le altre. 

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