“La solitudine significa anche: o la morte o il libro”

venerdì, novembre 30, 2012 15:43 | Filled in corpo e sangue, diario

durasMi sono innamorata per la prima volta quando ho scoperto i libri di Marguerite Duras. Li ho scoperti nella sua lingua, il francese, nelle edizioni Minuit. Erano edizioni bianche con la copertina tutta bianca e le scritte in blu. Avevo 14 anni o forse 15, avevo cominciato a studiare il francese nel mio liceo linguistico in centro a Torino perché volevo capire i testi delle canzoni di Jacques Brel che suonavano da anni nel 33 giri di mio papà. Prenotavo il libri in una libreria sotto i portici di via Pietro Micca, li aspettavo con trepidazione, li leggevo senza concentrarmi sulla narrazione. Isolavo le frasi, le dicevo ad alta voce, ero incantata dal suono di quelle parole. Erano le parole che cercavo, provenivano da un luogo lontano e diverso, erano il mio segreto quei libri, li capivo soltanto io. Poi per anni non ho letto più una riga di quei libri. Li guardavo come qualcosa che non mi riguardasse perché io volevo vivere normale, mi dicevo, e non si può vivere normale se ti riconosci in quella roba lì. Non è una roba da vivere, il modo in cui Marguerite Duras scrive.

 

Poi Marguerite Duras è morta e io avevo 22 anni e cominciavo a scrivere.  Neanche quando è morta l’ho riletta, ho letto il suo ultimo scritto C’est Tout, uscito alla sua morte. Ho però cominciato a comperare tutti i suoi libri che trovavo in italiano nelle edizioni Feltrinelli perché avevo paura di essermi persa qualcosa, perché li volevo.

 

Un libro da allora mi ricapita spesso tra le mani, Scrivere, e spesso mi ha dato la nausea. Quando non mi dà la nausea mi fa tanta paura. Per scrivere lei si è chiusa in casa, aveva bisogno della solitudine.

 

“Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. E’ una solitudine, la solitudine dell’autore, quella dello scritto. Tanto per cominciare, ti chiedi cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in casa, a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno. la solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto. Non parlavo di questo con nessuno. In quel periodo della mia prima solitudine avevo già scoperto che per me scrivere era una necessità, me l’aveva confermato Raymond Queneau, questa frase: “Non faccia niente altro, scriva”.

 

Non riesco a scrivere se faccio un altro mestiere. La famiglia e la casa sono un mestiere anche, ma il resto del tempo, per scrivere, ho dovuto tapparmi in casa, nel mio spazio inviolabile, dove non ho uno studio, ma il tavolo della cucina e una sedia in camera da letto, perché se no a scrivere non ci riesco. E invidio chi riesce a fare tante cose insieme. Senza tanto silenzio a me non salgono le parole. Questa è una cosa che fa ammattire. Perché la solitudine fa ammattire. Fa ammattire che nessuno ti dica “brava, vai avanti, stai facendo la cosa giusta”, ti fa ammattire che nessun Queneau ti dia la patente, ti fa ammattire che scrivere oggi per chi ha bisogno del silenzio e della solitudine sia un lusso perché forse nessuno ti leggerà mai o più, ti fa ammattire perché la tua scelta condiziona la vita di chi ti vive accanto che magari avrebbe bisogno di una vita diversa, di avere accanto una persona normale che lavora per produrre un reddito, che lavora normale. E ti fa ammattire perché non puoi nulla di diverso. Per te o così o niente. O il libro o la morte.

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