La voce

venerdì, novembre 16, 2012 11:42 | Filled in corpo e sangue, LinguaMadre

fusini“L’opera riesce, quando ricrea nel silenzio della parola scritta il suono della voce che l’ha generata.

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La scrittua è pensata come relazione morta, anzi mortale, alla vive phoné.

Ora io voglio al contrario sostenere la persistenza della voce nella scrittura. Voglio affermare, anzi affermo che c’è una parola che mantiene la voce, o almeno una traccia di essa. E questa parola in cui la voce umana entra, almeno in quanto allusione, è la parola poetica. Nel senso che il regno della poesia è il regno della voce, è il fenomeno della voce umana è una dimensione fondamentale del testo poetico, e letterario.

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Non è una voce naturale, naturalmente. Non ha contenuti psicologici, non è determinata da fattori fisiologici – la voce di cui parlo. Non parlo della voce del narratore, né di chi nel testo sia identificabile come colui che sostiene il discorso: un personaggio, l’autore. Parlo di una voce in fondo anonima, che nel testo ci indica piuttosto la prospettiva da cui il linguaggio è guardato. Da dentro, da dietro, da fuori? E a me pare che nel romanzo moderno la voce emerga come voce dal di dentro.

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Ora, ciò che accade nel Novecento è che si tenta in letteratura di restaurare alla scrittura l’armoniosità totale e unitaria della voce. I problemi del senso e della rappresentazione nella letteratura moderna si concentrano intorno a questa unica cura: ciò che conta è la voce. Conta un suono, un ritmo. L’artista sa, naturalmente, che il linguaggio che usa è solo la traduzione nelle lettere dell’alfabeto di un’indicibile phoné; sa che quella si estingue lì, nel gramma, per sopravvivere come forma memoriale, voce articolata in parola. Sa questo: ma pensa che ci sia una via per afferrare il lembo di una voce che sfugge – la via della poesia.

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C’è un’altra dimensione dell’opera in cui ciò che ci interroga in essa è la sua pulsazione genetico-ritmica. E’ in questa dimensione che si realizza la strana presenza della rappresentazione. E’ un emergere che è un esporsi, finché appunto qualcosa si mostra che non è parte di ciò che è assente, né un arresto, un indugio di qualcosa che sta per svanire ma è un venire, un venire alla luce, un aprirsi… L’opera nasce così”

 

Così scrive Nadia Fusini nell’introduzione a questo meraviglioso libro di scritture femminili. Per lei la voce di cui si ha nostalgia, che sta nella caverna di Platone è donna, femmina, è la voce della madre dell’infanzia primordiale. Io non so che sesso abbia la voce, anzi, per me non ce l’ha. Ma ciò che cerco continuamente è quella voce lì in tutto ciò che è scritto. L’ho sempre fatto.

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