L’utero è un animale

sabato, novembre 14, 2009 22:01 | Filled in Istèria

utero“Quando dico donna, dico un sesso tanto fragile e (pur con tutto il rispetto e la riverenza che gli sono dovuti) tanto mutevole, tanto labile, incostante e imperfetto da farmi credere che la natura, quando ha fatto la donna, abbia smarrito quel buon senso onde aveva creato e formato tutto il resto. E io, avendoci pensato cento e cinquecento volte, non so che altro concludere se non che essa natura, forgiando la donna, abbia avuto riguardo al diletto sociale dell’uomo e alla perpetuazione della specie umana assai più che alla perfezione dell’individualità muliebre. Certo è che Platone non sa in quale rango collocarla, se fra gli esseri ragionevoli o fra gli animali bruti. Infatti la natura ha posto dentro al loro corpo, in un luogo segreto e intestino, un animale, un organo che l’uomo non ha, nel quale talora si generano certi umori salsi, nitrosi, borracinosi, acri, morsicanti, lancinanti, acutamente urticanti, per le punture e l’infuocata prurigine dei quali (poiché quest’organo è tutto nervoso ed ipersensibile) tutto il corpo è scosso, tutti i sensi rapiti, tutte le passioni esaltate e rinfocolate, tutti i pensieri rapiti. Di modo che se la Natura non avesse irrorato loro la fronte di un po’ di vergogna, voi le vedreste correre attorno a saccheggiar braghette come forsennate, tal quale le Pretidi, le Mimallonidi, le Tiadi bacchiche nel giorno dei baccanali, e con furia anche più spaventevole; perché questo terribile animale ha connessioni con tutte le principali parti del corpo, come è evidente in anatomia. Io lo chiamo animale, seguendo la dottrina sia degli accademici sia dei peripatetici. Poiché se il movimento in proprio è indizio certo di cosa animata, come scrive Aristotele, e tutto ciò che si muove da sé è detto animale, a buon diritto Platone lo chiama così, riconoscendo in esso movimenti suoi propri di soffocazione, di precipitazione, di corrugazione, di indignazione, e così violenti che sovente ne vien tolto alla donna ogni altro senso e movimento, come si trattasse di lipotimia, sincope, epilessia, apoplessia, e vari sintomi di morte”.

 

F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele, Sansoni, Firenze, 1980

 

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