Mostra, non dire!

martedì, ottobre 16, 2012 9:21 | Filled in giulio mozzi, libri

porpora

Ivano Porpora è uno scrittore. Perché sa scrivere e conosce tante cose. Conosce tanti film e conosce tanta musica, conosce tanti artisti. Infatti ce li cita. Conosce tante parole e infatti le utilizza. Conosce il sesso, la vagina, delle donne e infatti ce lo racconta e ce lo cataloga. Esordisce con un grande editore e di libri ne scriverà e ne pubblicherà per tutta la vita perché lui ha fatto una scelta radicale: nella vita gli interessa solo scrivere. Ma, soprattutto, Ivano Porpora ha una grande fortuna, ha la provincia, viene dalla provincia, conosce la provincia. Ma non una provincia qualsiasi, quella di tanti artisti, quella di confine tra l’Emilia e la Lombardia e ne conosce il dialetto. Però, quella ce la racconta per rimozione, per sottrazione, come qualcosa di cui vergognarsi. E questo è male. Perché la forza della sua scrittura e, probabilmente, del suo immaginario, da quel che ho letto io qui, sta proprio lì.

 

Leggo il titolo, poi leggo nel risvolto di copertina le parole di Giulio Mozzi: “L’eterna lotta del bene e del male sta in questo romanzo: dove il bene è il dolore che grida, sbatte, s’impossessa del corpo, e da nascosto che era si fa malattia visibile, afferrabile; e il male è il tentativo di respingere il dolore nella dimenticanza, renderlo invisibile e inafferrabile.”

 

 Poi rileggo il titolo. Poi leggo il libro. Benito è un fotografo epilettico che attraverso la preparazione di una mostra riprende in mano vecchie fotografie che gli fanno ricordare episodi del suo passato che non voleva ricordare. Ma io che leggo (io, Patrizia, mica tutti i lettori, ci mancherebbe) non capisco perché non li voleva ricordare né perché gli avrebbero fatto male o bene e questo mi innervosisce.

 

 E non capisco/intuisco/annuso qual’è il dolore (da conservare o non conservare metodicamente), qual’è il male o qual’è il bene. Perché non li sento. Mi paiono parole, simboli pretestuosi che fanno da cornice a ciò che invece urgerebbe raccontare: la provincia con i suoi personaggi. Di quelli sì, di ognuno di quei racconti un romanzo. Quelli proprio li vorrei leggere. E vorrei fosse fatto decidere a me lettore dove sta il bene e dove il male. Non mi piace che mi venga spiegato e spiegato in modo esponenziale attraverso la cornice di un uomo che continua a dire che sta male e che non trova parole per mostrarmelo il male. Non voglio il lamento sbattuto in faccia fino alla fine se non percepisco la forza del lamento. Non voglio leggere alla fine: “Richiamare le immagini di chi è morto per salvarmi”. Vorrei capirlo da sola se ricordare è per te che scrivi o per te personaggio una salvazione o una rimozione e che tipo di salvazione o rimozione è.

 

Le pagine meglio riuscite sono le descrizioni dei personaggi di provincia. Poco riuscita è la cornice che ha un odore di autocompiacimento adolescenziale. Il tutto insieme non riesce a darmi l’idea di ciò che era necessario o non necessario dire.

 

Non so quale storia Ivano ci regalerà nel prossimo romanzo. Mi piacerebbe che scegliesse di guardare il mondo con gli occhi di Benito (o chi per lui) dattilografo, ragioniere e non liceale a tutti i costi. E che magari trovasse un altro titolo, perché forse per raccontare il dolore non serve usare la parola dolore, si può fare lo sforzo di trovare tante altre parole (e lui le saprebbe trovare) che me lo facciano sentire addosso, che mi facciano patire con lui e con i suoi personaggi.

 

Questo è il mio pensiero, questa è la mia lettura, questo è ciò che mi piace leggere nei libri che leggo, questo è quello che mi aspetto da quelli bravi a scrivere. 

You can leave a response, or trackback from your own site.

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento