Non so cosa dire

martedì, giugno 24, 2014 8:41 | Filled in diario, emozioni

montiChissà dove Melville avrà sentito per la prima volta quel “Preferirei di no” del suo immortale Bartleby? Chi glielo ha detto per la prima volta? Ci saranno fior fior di studiosi professori e intellettuali che sicuro sarebbero in grado di rispondere, ma la mia domanda è retorica, perché a nessun costo lo vorrei sapere. Sono magiche le congetture e le ipotesi di chi ignora le spiegazioni della poesia e dei libri e delle lettere, o no? In questo caso il non sapere apre a mille altri libri di vita non scritti e tutti da scrivere.

 

Anche io ho la mia frase, il mio motto, che non ho creato io ma che mi è stato regalato nel 2002 e che a fasi alterne continua ad accompagnarmi, in questo periodo particolarmente. Ogni mattina mi ronza nella testa mentre bevo il primo caffè. Stamattina, per esempio, mi sono svegliata immersa nelle nuvole del Trentino che facevano sembrare i monti verdi colline, con mio marito, molto presto perché molto presto lui va al lavoro. Abbiamo bevuto un caffè insieme, mangiato una fetta di treccia mochena, un dolce che fanno in una valle qua vicino farcito di crema e marmellata di ciliegie (o amarene?) delizioso. Poi mi sono vestita e ho portato la mia Magò a fare i suoi bisogni giù in strada e mentre i miei ragazzi dormivano ancora, prima di accendere il computer per vedere se qualcuno aveva avuto qualcosa da dirmi, eccola lì la mia amichetta del cuore: Non so cosa dire.

 

Nel 2002 avevo un gran bel pancino, aspettavo Lorenzo e frequentavo l’ultimo anno della Holden. Durante l’estate tra il primo e il secondo anno avevamo prodotto delle cose e al ritorno Davide Longo, un allora docente e promettente (che non ha tradito nessuna promessa) scrittore era stato incaricato di leggerle e di lavorarci con noi. Si trattava in classe di leggere ad alta voce, correggere, discutere, condividere. Arrivati al mio racconto, del quale al momento non rammento neppure il titolo, disse per prima cosa, proprio prima di tutto: Non so cosa dire. Sicuramente poi ha detto altro, immagino, ma io non lo ricordo. Ricordo di aver letto e di aver letto con un grande senso di vergogna, lì col mio pancione che non era ancora immenso.

 

Quando scrivo io non mi vergogno mai. Scrivere mi dà tormento e pace, in ogni caso quando scrivo sono senza filtri. Non c’è giusto o sbagliato, lecito o illecito, dicibile o osceno, c’è quello che dico e basta. Poi, quando ho finito il Non so cosa dire con tutta la sua vergogna arriva implacabile. E io, se sono in forma, me ne frego, se sono un po’ giù mi turbo e a volte mi dispero. Di quella vergogna è rimasto intatto il silenzio. Ero avvolta nel silenzio mentre leggevo in quella classe e sono rimasta avvolta nel silenzio dopo, quando nessuno ha avuto qualcosa da dire, almeno questo ricordo. Quel silenzio ha fatto da allora tutt’uno con la mia scrittura. Così ogni volta che aspetto delle parole da chi potrebbe aver letto ciò che ho scritto e non arriva che silenzio, io penso a un Non so cosa dire. Non so cosa dire non è male, perché può essere tutto e niente, può essere bene o male, può essere nuovo e incodificabile o pessimo e illeggibile, può essere non ho neppure letto, non ho voglia di provarmi a spiegare, può essere smetti che non sei capace ma il risultato non cambia. Il risultato è il silenzio. E stamattina, qui tra i monti che sono tornati montagne perché nel frattempo le nuvole si sono alzate, il silenzio è totale e penso che tutto ciò che voglio imparare a fare è trovare le parole per riempire quei Non so cosa dire che premono nella mia testa e che probabilmente bussano anche alla testa di qualcun altro.

 

 

 

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