Mi sembra interessante fermare il nostro racconto e fare una considerazione parecchio interessante.
Enzo è un poeta. Io una narratrice. La mia scrittura è movimento in avanti, spinge per far andare avanti un’azione. La scrittura di Enzo è un microcosmo, un tutto racchiuso. Enzo ferma un momento e in quel momento lascia intravedere il prima, il durante e il dopo. Io dico, preannuncio, azioni o pensieri che si faranno ancora azione e che non bastano a se stessi. La scrittura di Enzo tende all’infinito nel finito. La mia è fatta di tanti pezzi finiti che potrebbero continuare all’infinito.
E’ come se Enzo cercasse sempre di catturare il maggior numero di cose possibili dentro poche parole che come tali non sono parole di cose ma parole-pensiero, parole che evocano e rimandano ad altri pensieri, ad altre parole ancora.
Questo è un bell’esempio di come la poesia sia differente dalla narrativa, o di come certa poesia sia differente da certa narrativa, perché la contaminazione ha dato origine a molte combinazioni.
“La prima volta che ti ho visto volare ho spento il motore e mi sono incantata a guardare. Ero sola in mezzo alla strada.
La notte cingeva d’assedio ogni mia illusione. Le stelle soffiavano vento sulle ali delle mie, delle tue possibilità inesplorate… In quel sogno di noi, tutto sembrava possibile! (Enzo)
Ma era pieno giorno e tu passavi per davvero in quel cielo e di stelle in agenda non ne contavo più. L’automobile obbediva ai miei comandi ma la voce no e si era fermata. Il telefono continuava a strillare ma io proprio non potevo rispondere, non potevo più parlare.
L’anima, sa essere un fiume in piena quando il dolore stringe d’assedio, pelle, ossa, mente e cuore. Quel giorno non sapevo cosa sarebbe stato della vita; di una vita stracciata e delusa, eppure non ancora vinta! Chiusi gli occhi, una, due, tre volte… per ritrovare il tutto che da sapore al niente delle stagioni… Guardare l’ora, la stessa di ieri. La medesima di oggi. Nostalgia del futuro. Poco alla volta mi accorsi che la voce tornò a sfiorarmi le corde del futuro… Nostalgia del futuro! (Enzo)
Cari amici e amiche, grazie per le parole che mi avete mandato in privato o in pubblico. Davvero mi fanno sentire meno sola. Ogni tanto ci ricado, mi sento sola. E’ un fatto.
Per stare con voi mi piacerebbe scrivere una cosa tutti insieme. Io ci metto l’attacco e poi possiamo provare ad andare avanti. Vediamo cosa ne viene fuori.
“La prima volta che ti ho visto volare ho spento il motore e mi sono incantata a guardare. Ero sola in mezzo alla strada….
Ho latitato in questi giorni. E’ perché sono stanca. Tra pochi giorni l’ennesimo trasloco (ne ho fatti più o meno 5 o 6 da quando sono mamma) e non ho ancora cominciato a metter via. Ma c’è una stanchezza più forte di quella fisica. Una stanchezza che è come una palla grossa, ferma, immobile, che se ne sta dentro il mio corpo e lo rende insensibile. Io so che le mie emozioni in questo periodo si stanno dando appunatmento da qualche parte e quando sentirò dolore in quella parte avrò capito finalmente dove.
Quando arriva questa palla non c’è una particolare gioia né una particolare voglia. Non c’è voglia di ridere. Non c’è possibilità di divertimento o di rilassamento. Ci sono i baci per i miei figli ma non c’è contatto di corpo con tutto il resto del mondo che non si chiami Lorenzo o Benedetta.
E allora aspetto che torni la gioia, la felicità, la leggerezza e che torni l’amore. La voglia di stringermi e di stringere, la fiducia.
Ciò che è tornato in questi giorni è la malinconia. Malinconia di carezze e di voci dolci, di parole belle e rassicuranti. C’è anche che ieri quattro anni fa moriva mia mamma e davvero mi manca. Mi manca quando sono stanca. Malinconia di qualcuno che dica: non ti preoccupare ci sono qua io per te (e questo l’avevo già scritto nel libro, mi pare, pazienza, continua a mancare), non ti preoccupare io ti voglio bene comunque, qualsiasi cosa succeda. Che la tenerezza si sostituisca al rimprovero, che chi è sempre pronto a mettere in risalto i difetti faccia una lista dei pregi e me li faccia vedere attraverso i suoi occhi.
E allora, mi viene da chiedere: vi capita spesso di sentirvi così? Quando è stato che avete aspettato una ripartenza? Che la vita ha ripreso a correre? E quando avete avuto la sensazione che si fosse fermata? Mi piacerebbe saperlo. Se, però, non avete tempo o voglia o spazio per rispondere, pazienza. Una cosa che succede ancora è riuscire ad aspettare.
Domani sera, mercoledì 25 novembre alle ore 20.45 prende il via la rassegna dedicata ai libri di San Giovanni Lupatoto c/o la Biblioteca Comunale.
Per vedere la rassegna completa, leggi qui.
Il primo libro l’ha scritto Rosa Noci. Si tratta di un libro piccolo perché è scritto semplicemente, senza pretese, e proprio per questo merita di raggiungere tante case. Ha una prefazione importante, l’ha scritta Dino Coltro, un poeta lupatotino, famoso per aver raccolto e tramandato favole e poesie della tradizione veneta (e, io aggiungo, non solo).
Venite numerosi, se potete. Ci saranno caffè, dolci e buona compagnia per tutti.
E’ importante esserci nella propria città. Importante partecipare agli eventi di cultura. Perché la cultura non esiste senza di noi tutti. Quella che si fa nella Accademie non ha mai fatto niente per la gente, non ha cambiato mai il mondo, non ha prodotto mai nuova cultura. Io ci credo. Vorrei veniste a vedere anche voi.
Alle ore 17,30 c/o Il Circolo della Rosa, in via Santa Felicita 13 a Verona, Vicky Vinco e io parleremo del mio libro e probabilmente di tutto ciò che ci sta a cuore e ci gira intorno.
Enzo Cardone ha appena pubblicato un libro di poesie (Delirio Romantico, Albatros-Il Filo editore). Gli dedico questo spazio perché ammiro la dignità e la sensibilità (un po’ di natura e un po’ di cultura) del suo modo di rivolgersi per esempio a me. Mi ha contattata per farmi delle domande sul mio libro. Poi mi ha mandato da leggere delle sue poesie. Poi mi ha detto di questa raccolta. Io non amo il suo modo di fare poesia, lo trovo troppo antico e manierato. Però lui è davvero così. Un ragazzo antico. Perché lo è anche quando scrive l’oggetto di una mail, perché lo è nel profondo e io questo lo trovo bello e voglio dargli visibilità.
Di seguito il link per acquistare il libro e ciò che l’editore ha usato per la comunicazione del volume. Purtroppo st’editore non ha pensato a come la copertina avrebbe reso in foto e l’ha fatta bianca, ma accontentatevi. Di seguito allego i file di due poesie della raccolta, per saggiare la lingua.
Non parlo di questo libro perché Giulio è una persona per me importante. Ma perché questo è un libro importante. E tutti gli amici di Giulio o i suoi lettori magari mi si rivolteranno contro, e probabilmente Giulio stesso, ma questo è il libro più bello che ho letto di Giulio Mozzi. Oooooohhh! Mi sento già la sgommata alle spalle.
Ho letto quasi tutti (o almeno penso), vabbè prima che mi arrivi la verifica scritta, diciamo molti dei libri di questo scrittore. Sono tutti libri per me molto importanti, ma non li ho amati mica tutti allo stesso modo e mica tutti per intero. Il penultimo (Corpo morto e corpo vivo), per esempio, è un libro coraggioso ma non è un libro che amo, è un libro del quale non scriverò. In tutti i suoi libri dove c’è narrazione è presente quella cosa che ti tiene attaccato alla sua scrittura e che, come ho già detto, ti fa venire voglia di scrivere, ti fa credere tutto possibile (con la scrittura) e questa è una trappola micidiale, se poi non lo sai fare. Però non so dire perché. Invece, ancora una volta è stato più bravo lui e lo ha detto qui. In questo libro. Tutto quello che in questo libro non è detto è il genio dell’invenzione, è il suo essere scrittore. Ed è comunque detto con quel talento lì di narratore.
L’ho letto due volte a fila in questi giorni. E lo ricomincerei di nuovo e poi di nuovo. Perché dice le cose che ogni persona interessata alla scrittura vorrebbe sentirsi raccontare. Perché ti sembra di avere di fronte Giulio a casa sua, a cena o al bar. Perché porge le cose con una semplicità ma con un’autorevolezza che gli credi incondizionatamente.
In questo libro c’è tutto ciò che Giulio Mozzi è (per quello che è per me lettrice). Tutto ciò che è come narratore, come insegnante e anche come uomo (per ciò che del suo essere uomo mi è dato sapere).
“Buondì” è la prima parola del libro. Buondì è la prima parola che vedi scritta quando scrivi una mail a Giulio. Buondì è la prima parola che ti dice quando ti risponde al telefono. Con quel Buondì entri in un mondo. Il mondo generoso e clamoroso e ambizioso di Giulio Mozzi. Che non ti può insegnare a diventare scrittore, ma ti racconta tutto ciò che sa per provarci, perché “i sentimenti, la creatività, l’ispirazione hanno bisogno della tecnica”.
Il finale del libro:” Ricordate che nella scrittura e nella narrazione, così come per le altre arti, la cosa più importante e misteriosa è, di solito, proprio sotto il vostro naso. Io ho sperimentato questo : e vi auguro di sperimentarlo”.
E poi l’ultima parola è “Arrivederci”. La porta è ancora e sempre aperta.
Giulio Mozzi, (non) Un corso di scrittura e narrazione, Terre di Mezzo editore.