Facciamo posto

mercoledì, giugno 3, 2015 9:17 | Filled in senza categoria

copertina facciamo posto

In uscita a breve, nel mese di giugno.

 

Un reality che mette in palio un posto di lavoro.

Sei concorrenti che cercano un riscatto, tre autori disposti a tutto pur di dimostrare che la bellezza è intelligenza, potere, amore, successo. Ma in Italia qualcosa è cambiato.

 

 

 

 

 

 

Cosa manca

martedì, ottobre 28, 2014 11:31 | Filled in diario, emozioni, libri, parole, senza categoria

Sono sicura che non manca solo a me. Cosa? 

 

A parte i temi e i diari, ho iniziato a scrivere vent’anni fa, forse meno e a breve ne compirò quaranta. Ho scritto poco. Ho letto tantissimo. I libri mi hanno salvato la vita, in molti momenti, e non è poesia. Giorni e giorni chiusa in casa a leggere. Nei momenti peggiori di crisi e isolamento a leggere. Quando pesavo quaranta chili a leggere. Quando il dolore era così grande a leggere. Nei momenti troppo estremi di felicità a leggere e in quelli troppo estremi di nostalgia di ciò che non riuscivo più a desiderare a leggere.

 

Perché? Perché lì tra centinaia e centinaia e migliaia di righe cercavo il corto circuito che mi parlasse all’anima. Poteva essere l’accostamento di suoni di parole che diventava balsamo, o discorso che sapeva mettere ordine alle emozioni. Ero quindi una pessima lettrice, non ricordavo titoli, spesso neanche gli autori, non le trame tutte intere. Avevo bisogno di nutrirmi di tanti piccoli pezzetti di cibo raccattati in una quantità spropositata di pagine e pagine.

 

Poi non è più stato così. Il mondo degli adulti e della ragione ha preso il sopravvento. Il mondo di chi si occupa di libri, decide libri, valuta libri, pubblica libri e confeziona cibi già precotti. E allora ho cominciato a leggere in modo diverso. Che non so nemmeno com’è che è successo e adesso quasi non leggo più, ultimamente, perché fatico a trovare ciò che cerco, ciò che ho ricominciato a cercare. Un cercare alla cieca, perché non riuscire a trovare pian piano elimina il desiderio di avventura. Però mi sono resa conto di una cosa, oggi, leggendo la lettera di un’amica, che c’è una realtà canaglia intorno: la crisi, Ebola, le guerre, il denaro che scompare insieme al lavoro, l’invisibilità. Ma continuano ad esserci la malattia dell’infinito e la sofferenza dell’anima e tante ferite che non sono evidenti ma che per quanto la realtà intorno cerchi di sopraffare con problemi più grandi di noi, più grandi di tutti, problemi che ci rendono tutti uguali, continuano ad esistere e quando arrivano bloccano tutto, tutto il resto e possiamo negarle in tutti i modi possibili ma prima o poi torneranno a cancellare tutto, diventeranno comunque nero, malattia, dolore, vergogna, inadeguatezza, silenzio, morte. Forse allora non è inutile continuare ad occuparsi delle “piccole cose”, tornare a guardarsi dentro e cercare il balsamo che non ho più trovato. Forse sono diventata una cattiva cercatrice, forse non trovo niente di ciò che cerco in ciò che mi viene offerto, forse entrambe le cose.

 

Ma cos’è che manca? Mancano parole che ti parlino dentro e che nascano da dentro, manca l’abitudine al silenzio e all’ascolto delle voci stonate, manca il tempo di guarire i dolori, manca il cuore. Attenzione, signori, che stiamo diventando soldatini tutti uguali!

 

A me continueranno a far paura le guerre, Ebola e i terremoti. Continuerà a farmi arrabbiare che non trovo un lavoro e che coi soldi non so mai se arrivo a fine mese, ma in tutto questo ho bisogno di sentirmi viva e sempre più spesso me ne dimentico. Viva sono quando ricordo ciò che sono, quando sento ciò che vivo e quando trovo il modo di parlarne, di scriverne, viva quando so di saper trovare le parole per farlo anche per gli altri, viva anche quando la mia voce non arriva, viva se continuerò a farlo perché credo che questo manchi totalmente, infinitamente, in questo mondo che non è vero che è affamato di soldi e di potere che non ha, ma di amore e di perdono e di comprensione della bellezza e del dolore. Come sembrano lontane, melense e inutili queste parole! Ci sono caduta anche io nella trappola di crederlo, ma fa parte di un disegno, il disegno di Darwin, della legge del più forte e la negazione del più debole. Io, oggi, credo forte colui il quale sa guardare dentro al suo cuore. Non averlo più fatto sta uccidendo la civiltà. Io vado avanti a scandagliare e indagare quello. Vado avanti a scriverne, nonostante tutto. E’ l’unica traccia che sento valga la pena di lasciare ai miei figli. Che io, io non ho avuto paura di cascarci dentro al cuore. Che ho avuto il coraggio di farlo. Che ci sono annegata ma poi sempre risorta e quando non risorgerò ne sarà valsa comunque la pena. E voi, continuerete a farlo, voi?

Fango

lunedì, settembre 22, 2014 9:15 | Filled in diario

fango Questa mattina mi andava di comprare La Repubblica. La verità è che non  ho trovato La Stampa, qui a Pergine non la trovo sempre o dappertutto,  dipende.

 

Come sempre, ho letto i titoli di prima pagina e poi cominciato a sfogliare  il  giornale dal fondo, saltato lo sport, sbirciato i pettegolezzi, buttato  l’occhio  alla cultura.

 

E cultura, infatti, ho trovato, due belle paginone di cultura nuova,  effervescente, contemporanea, dal titolo “L’Italia di fango / Ammaniti torna nelle borgate” a firma del freschissimo Alberto Asor Rosa. Perché Einaudi Stile Libero stampa una nuova edizione di quel bel libro del 1996 e la novità è la prefazione dell’insigne professore. E ovviamente ha bisogno di mettere in campo tutta la sua forza pubblicitaria, perché quel libro (e soprattutto il suo autore) non lo conosce nessuno. E, invece, è così attuale… Sono passati solo vent’anni dalla sua uscita, ma proprio proprio ci racconta il mondo di oggi, soprattutto ciò che oggi si scrive ma non si legge.

 

Anche stamattina, una bella iniezione di speranza.

 

La vertigine di sentirsi casa

venerdì, agosto 1, 2014 8:07 | Filled in diario

12-camper fumettoSarà che il mio spazio ideale è un camper, mica grande, di quelli normali e magari un po’ impolverati e anche ammaccati, come il mio. Che non possiedo materialmente più o meno niente, non gioielli, non vestiti di marca, non profumi o. Che non ho quasi mai avuto un reddito, che non avrò una pensione, che. Che ho fatto tantissimi traslochi, che ad ognuno ho buttato via o regalato più o meno tutto ciò che non serviva nell’immediato, che se mi sono dimenticata qualcosa al trasloco prima, ci ho pensato al trasloco dopo, che i ricordi ce li ho nel cuore e non in cantina. Che sul camper c’è tutto ciò di cui ho bisogno: i miei figli, mio marito, il mio cane, un letto per tutti, una pentola per cuocere la pasta e la strada davanti. Che di trasloco ne sto per fare un altro, che la casa è piena di scatoloni da riempire, che le tarme rosicchiano il tetto del giardino che sto per lasciare. Sarà che abbracciare i miei bambini mentre aspetto il loro padre con un libro accanto, ecco, quello è casa. Che io per loro sono casa. Che io, proprio io che non ho niente, sono braccia di pietra e gambe di cemento e cuore e polmoni che sono centraline elettriche e pozzi di acqua. Che essere pietra mobile è vertigine, è il reiterato coraggio di portarli in grembo per fare coraggio, io che di coraggio ne ho sempre avuto poco o tanto a seconda dei punti di vista. Non c’è casa che duri nel tempo senza qualcuno che la abiti. Penso sia per questo che continuo a durare, perché quando mi sono crepata veramente è stato quando ho lasciato fuori dalla porta i suoi abitanti e, per fortuna, me ne sono accorta per tempo. Ecco perché i miei figli sopravviveranno a tutto, a tutti i cambiamenti, sapranno andare avanti leggeri, perché sono stati contenuti in ossa pulite e resistenti.

 

Non so cosa dire

martedì, giugno 24, 2014 8:41 | Filled in diario, emozioni

montiChissà dove Melville avrà sentito per la prima volta quel “Preferirei di no” del suo immortale Bartleby? Chi glielo ha detto per la prima volta? Ci saranno fior fior di studiosi professori e intellettuali che sicuro sarebbero in grado di rispondere, ma la mia domanda è retorica, perché a nessun costo lo vorrei sapere. Sono magiche le congetture e le ipotesi di chi ignora le spiegazioni della poesia e dei libri e delle lettere, o no? In questo caso il non sapere apre a mille altri libri di vita non scritti e tutti da scrivere.

 

Anche io ho la mia frase, il mio motto, che non ho creato io ma che mi è stato regalato nel 2002 e che a fasi alterne continua ad accompagnarmi, in questo periodo particolarmente. Ogni mattina mi ronza nella testa mentre bevo il primo caffè. Stamattina, per esempio, mi sono svegliata immersa nelle nuvole del Trentino che facevano sembrare i monti verdi colline, con mio marito, molto presto perché molto presto lui va al lavoro. Abbiamo bevuto un caffè insieme, mangiato una fetta di treccia mochena, un dolce che fanno in una valle qua vicino farcito di crema e marmellata di ciliegie (o amarene?) delizioso. Poi mi sono vestita e ho portato la mia Magò a fare i suoi bisogni giù in strada e mentre i miei ragazzi dormivano ancora, prima di accendere il computer per vedere se qualcuno aveva avuto qualcosa da dirmi, eccola lì la mia amichetta del cuore: Non so cosa dire.

 

Nel 2002 avevo un gran bel pancino, aspettavo Lorenzo e frequentavo l’ultimo anno della Holden. Durante l’estate tra il primo e il secondo anno avevamo prodotto delle cose e al ritorno Davide Longo, un allora docente e promettente (che non ha tradito nessuna promessa) scrittore era stato incaricato di leggerle e di lavorarci con noi. Si trattava in classe di leggere ad alta voce, correggere, discutere, condividere. Arrivati al mio racconto, del quale al momento non rammento neppure il titolo, disse per prima cosa, proprio prima di tutto: Non so cosa dire. Sicuramente poi ha detto altro, immagino, ma io non lo ricordo. Ricordo di aver letto e di aver letto con un grande senso di vergogna, lì col mio pancione che non era ancora immenso.

 

Quando scrivo io non mi vergogno mai. Scrivere mi dà tormento e pace, in ogni caso quando scrivo sono senza filtri. Non c’è giusto o sbagliato, lecito o illecito, dicibile o osceno, c’è quello che dico e basta. Poi, quando ho finito il Non so cosa dire con tutta la sua vergogna arriva implacabile. E io, se sono in forma, me ne frego, se sono un po’ giù mi turbo e a volte mi dispero. Di quella vergogna è rimasto intatto il silenzio. Ero avvolta nel silenzio mentre leggevo in quella classe e sono rimasta avvolta nel silenzio dopo, quando nessuno ha avuto qualcosa da dire, almeno questo ricordo. Quel silenzio ha fatto da allora tutt’uno con la mia scrittura. Così ogni volta che aspetto delle parole da chi potrebbe aver letto ciò che ho scritto e non arriva che silenzio, io penso a un Non so cosa dire. Non so cosa dire non è male, perché può essere tutto e niente, può essere bene o male, può essere nuovo e incodificabile o pessimo e illeggibile, può essere non ho neppure letto, non ho voglia di provarmi a spiegare, può essere smetti che non sei capace ma il risultato non cambia. Il risultato è il silenzio. E stamattina, qui tra i monti che sono tornati montagne perché nel frattempo le nuvole si sono alzate, il silenzio è totale e penso che tutto ciò che voglio imparare a fare è trovare le parole per riempire quei Non so cosa dire che premono nella mia testa e che probabilmente bussano anche alla testa di qualcun altro.

 

 

 

Netoscka Nesvanova

mercoledì, giugno 18, 2014 8:33 | Filled in libri, senza categoria

E’ successo che ho letto Girard e che Girard mi ha preso per mano per portarmi in cima alla Montagna incantata di Mann. E’ stato questo genio tedesco, poi, a p220px-Dostoevskij_1876arlarmi del suo amore per Dostoevskij e mi sono detta: ma cos’hanno costoro in comune? In che modo l’uno è riuscito a influenzare l’altro? E, siccome, sono ignorante su troppe cose, e  una di queste è proprio Fedor, ho cominciato a leggerlo, ma non a caso, dall’inizio. Mi è preso così da qualche tempo. Libri che mi portano ad altri libri, ma gli autori: dagli esordi al capolavoro. Per capire. Per imparare. E allora ho letto Povera gente e poi l’Eterno marito e ora Netoscka Nesvanova, incompiuto perché com’è noto il suo autore si ritrovò da un momento all’altro sul patibolo. E mai mi sarei aspettata di trovare in queste pagine tanto tesoro. Netoscka l’ho preso in biblioteca, l’ho trovato in un’edizione che non indica nemmeno il traduttore, non sono sicura di aver letto esattamente ciò che Dostoevskij ha scritto, ma ciò che ho letto è straordinario. La sua capacità di entrare nella vita, nel cuore e nella mente dei suoi personaggi, e di raccontarne tutte le sfumature, io non l’ho mai incontrata in nessun libro. Non si perde in discorsi, lui davvero mostra gli effetti, non conosce cause, non ce le racconta, perché non sono interessanti. L’uomo è fatto di gesti, parole, emozioni che si palesano al momento, non di analisi cliniche, non di referti psichiatrici. 

Non capisco perché nessuno me ne abbia mai parlato e non capisco perché in nessun corso di scrittura, mai, abbia sentito leggere le pagine che raccontano la morte della madre di Netoscka. Leggendo, io ero dentro il dramma, ma non c’ero tutta intera, perché ero consapevole di stare leggendo e di stare leggendo attraverso le parole, non parole, ma gesti, di stare assistendo a qualcosa stando dentro e stando fuori, di essere in uno di quei momenti in cui tutto si ferma, perché davvero, sei dentro una verità, che non è la tua, è la verità della scrittura e del suo scrittore che si fondono insieme e insieme giungono alla perfezione del cielo: la perfezione di ciò che voglio dire e di ciò che scrivo, di ciò che sento e che voglio far sentire, di ciò che vedo e di ciò che riesco a farti vedere.

 

Facciamo Posto

lunedì, maggio 26, 2014 16:22 | Filled in diario, libri

 

downloadVenerdì scorso ho terminato il mio terzo romanzo, Facciamo posto.  Vediamo se troverà una casa diversa da questa.

Il prossimo libro, tutto da pensare, tutto da aspettare, vedrà la luce  in  Trentino, tra monti e laghi. Sto per trasferirmi nella provincia di  Trento, appena avrò trovato una casa adatta alla mia famiglia. Il  lavoro di mio marito ci porta lì e questo cambiamento è una  benedizione del cielo. Ho vissuto dodici anni a Verona ed è giunto il  momento di andare.

 

 

Trofeo della lingua italiana

mercoledì, aprile 2, 2014 8:07 | Filled in senza categoria

trofeo lingua italiana

 

Fino all’11 aprile le classi quarte delle scuole secondarie di secondo grado possono  iscriversi  al Trofeo. Molti scrittori italiani hanno inviato, come nei due anni precedenti,  un loro  incipit che diventerà un racconto scritto dai ragazzi. Avendo già avuto l’onore di  partecipare alle precedenti edizioni, vorrei invitare gli insegnanti che passano di qui  a guardare di cosa si tratta (anche nel sito del Ministero dell’Istruzione), perché se è vero  che non è possibile scrivere bene senza leggere, è vero anche il  contrario: solo  ragionando  sulle  parole messe in fila una dietro l’altra impariamo ad apprezzare (o no)  quello che  leggiamo.

 

Leggi il comunicato stampa

 

Il mio sogno irraggiungibile

venerdì, marzo 28, 2014 9:15 | Filled in senza categoria

CONTEMPORANEO

https://www.youtube.com/watch?v=ya9bWqOTuQo

 

lampo viaggiatore

 

Cliccando sotto Contemporaneo, potrete ascoltare una canzone che Ivano Fossati  ha scritto nel  2003 e  che  faceva parte di questo meraviglioso album, Lampo Viaggiatore.

 

Pensavo, riascoltandola questa mattina, di come da allora sia tutto cambiato. Ma di  come lì dentro fosse già tutto scritto. Avevamo sogni raggiungibili e adesso che ci hanno  tolto quelli ci sembra di non avere più niente. Quelli irraggiungibili, noi italiani, non siamo mai stati buoni di sognarli.

 

Ieri mattina mi sono coricata avvolta nel mio letto e ho cominciato a chiedermi cos’è che voglio, cos’è che desidero, cos’è che potrebbe farmi felice in un tempo dove sembra tutto remare contro. E io mi sono vista dentro una stanza mica grande, due metri per due, spoglia, senza neanche arredamento, senza neanche colori, dove mettere un tavolo anche di plastica tipo quelli da giardino e una sedia e una finestra da tenere aperta. Un posacenere sul tavolo per poter fumare scrivendo. Sopra la sedia il mio computer, quello vecchio che va bene lo stesso. E io che la mattina mi sveglio e dico ai miei figli “vado a lavorare” ed entro nella mia stanza per lasciare tutto il resto del mondo fuori e incontrare solo, con calma, le mie parole e dare appuntamento ai miei fantasmi o a quelli degli altri che vengono a farmi visita e tornarmene a casa la sera o il pomeriggio o quando serve sicura di aver affrontato una giornata piena, arrivare a sera soddisfatta. Il mio sogno irraggiungibile è uno spazio mio, solo mio, uno spazio di calma e di silenzio dove fare quello che io chiamo lavorare e che, invece, non produce salario.

 

Ho sognato un po’ e poi mi sono svegliata. E mi sono convinta che tanto posso continuare a scrivere anche così, ogni tanto, tra il tavolo della cucina e la scrivania nella camera dei bambini quando non ci sono, con i miei fogli volanti in mano e l’orologio al polso, mentre cuocio il pranzo e tiro fuori i panni dalla lavatrice, mentre mio marito alterna la cucina alla camera da letto per non disturbare, mentre non sai se rimanere in Italia o provare l’avventura all’estero e il pensiero più assillante è dovresti trovare un lavoro vero e mentre continui a cercarlo quel lavoro vero, che non trovi e che non vorresti, ti sforzi di mantenere la calma per non pensare che la vita potrebbe davvero essere diversa e ti sforzi, quando scrivi, di non registrarne solo le rovine.

 

Però, che bello sognare!

 

Contemporaneo a tutti!

 

Lentamente muore

martedì, marzo 25, 2014 17:57 | Filled in diario, follia

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca o colore dei vestiti, chi non rischia, chi non parla a chi non conosce.

 

Lentamente muore chi evita una passione, chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni; emozioni che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti agli errori ed ai sentimenti!

 

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, chi rinuncia ad inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.

 

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia e pace in se stesso.

 

Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna.

 

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.

 

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare!

 

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.”

 

PABLO NERUDA