Lentamente muore

martedì, marzo 25, 2014 17:57 | Filled in diario, follia

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca o colore dei vestiti, chi non rischia, chi non parla a chi non conosce.

 

Lentamente muore chi evita una passione, chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni; emozioni che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti agli errori ed ai sentimenti!

 

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, chi rinuncia ad inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.

 

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia e pace in se stesso.

 

Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna.

 

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.

 

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare!

 

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.”

 

PABLO NERUDA

Vita creativa

venerdì, febbraio 7, 2014 12:28 | Filled in corpo e sangue

Estrapolo ma non stravolgo questo passo di Daisaku Ikeda (maestro e filosofo buddista) perché mi sembra molto bello e perché lo sento profondamente in questo momento della vita. Ci leggo la fatica, la solitudine e la meraviglia, ci leggo il senso di continuare ad avere la forza di “andare su nel cielo e non trovarci niente” e poi di ricominciare a farlo, ci sento che quando sei o esprimi qualcosa di unico mettendoti in contatto con te stesso perché tutti siamo unici ma in pochi abbiamo la forza di andare a cercare la nostra unicità (figuriamoci mostrarla!), ti scontri non contro uno ma contro una parata di persone che si assomigliano e che fanno gruppo credendo che la forza stia lì, nello status che hanno conquistato o che aspirano a conquistare.

 

 

“Sento di aver fatto qualcosa di creativo quando mi dedico con tutto il cuore a qualcosa e lotto senza riserve fino alla fine; così vinco una battaglia per crescere. E’ questione di sudore e lacrime. la vita creativa esige uno sforzo costante per migliorare i nostri pensieri e le nostre azioni. Forse la cosa importante è il dinamismo implicito nello sforzo.

Si passa attraverso tempeste e e si possono subire sconfitte. L’essenza della vita creativa è perseverare nonostante le sconfitte e inseguire l’arcobaleno che c’è nei nostri cuori. L’indulgenza e l’indolenza non sono creative. Lamentele ed indecisioni sono da vigliacchi e corrompono la naturale tendenza alla creatività. Chi smette di lottare per la creatività si avvia verso l’inferno che ne distruggerà la vita.

Non ci si deve mai rilassare negli sforzi per costruire una nuova vita. Creatività significa aprire la pesante porta della vita. Non è una lotta facile. Anzi, può essere il compito più difficile del mondo. Aprire la porta della propria vita è più difficile che aprire le porte ai misteri dell’universo.
Ma l’atto di aprire la porta dimostra la fondatezza dell’esistenza dell’essere umano, e rende la vita degna di essere vissuta. Nessuno è più solo e infelice di chi non conosce la pura gioia di creare da solo la propria vita. Essere umano non significa solo camminare su due gambe e manifestare ragione e intelligenza: essere umano nel pieno senso della parola significa vivere una vita creativa.”


La traduzione è presa da “IL BUDDHA, GEOFF E IO” di Edward Canfor-Dumas

Eppure la chiamiamo Cultura

mercoledì, gennaio 22, 2014 11:33 | Filled in senza categoria

Cultura“L’uomo primitivo aveva la cultura della pietra scheggiata, che lo univa, oscuratamente ma completamente, al cosmo. L’operaio di oggi non ha neppure la cultura del cuscinetto a sfera che costruisce con gesti automatici, tramite una macchina. E per ritrovare il cosmo, per sentirsi parte della natura deve avvicinarsi alle finestrine che l’ideologia dominante accetta di aprire qua e là, nella sua prigione sociale, per fargli arrivare l’aria fresca. E’ un’aria avvelenata dai gas di scappamento della società industriale, eppure quest’aria viene chiamata Cultura”

 

Henry Laborit, Elogio della fuga, 1976

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Buon compleanno!

martedì, luglio 16, 2013 18:02 | Filled in gli utlimi occhi di mia madre

copertina

Nel 2012 Gli ultimi occhi di mia madre ha venduto 247 copie cartacee e 6 copie digitali.

 

Significa che, facendo una media, più di 20 persone al mese in Italia lo hanno acquistato. E’ un libro che ha ormai quattro anni, che non è più in libreria, che bisogna ordinare, cercare, volere.

 

Ringrazio tutti coloro che gli hanno dedicato parte del loro tempo e del loro denaro.

 

Ringrazio Sironi editore che continua a renderlo disponibile, che a marzo 2013 lo ha ristampato.

Narciso e Boccadoro

martedì, luglio 9, 2013 9:00 | Filled in senza categoria

hesse Sussurra Boccadoro a Narciso in punto di morte, nelle ultime righe del libro “Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire”.

 

Avevo letto questo libro al liceo. Non l’avevo amato perché ero troppo saccente o perché non era lì ciò che cercavo allora. Ho letto questo libro in questi giorni, il gancio me lo ha dato mio nipote, che a 15 anni lo ha avuto in lettura dalla sua professoressa per le vacanze. Ho pensato che di tutti i discorsi che ho fatto (o sono stati fatti) intorno al mio libro, sarebbe bastata questa frase. Ho pensato che questo libro, per questa frase, non lo dimenticherò mai più.

Un apprendistato infinito

martedì, luglio 9, 2013 8:23 | Filled in senza categoria

risveglioStamattina mi sono svegliata pensando che se anche solo uno di voi passasse di qua e leggesse queste parole, forse potrebbe sentirsi sollevato di non essere solo. Perché anche io mi sento così. Per ricominciare a comunicare basta essere in due.

Mi sono sentita molto isolata. Potrei anche usare il presente, ma stanotte ho sognato che siamo almeno in due, quindi va bene il passato ancorché prossimo. Isolata significa senza interlocutori. Interlocutori significa qualcuno con cui discutere di ciò che mi sta a cuore. Ciò che mi sta a cuore è imparare a scrivere, imparare a farlo senza tradire ciò che sento vero. Ciò che sento vero è guardare dentro me stessa senza filtri, indagare l’essere uomo partendo dal mio essere uomo per restituire, nel bene e nel male, un briciolo di autenticità. Sento un indicibile bisogno di autenticità. Per me la letteratura è questo: una estenuante ricerca di senso e di verità. Imparare a scrivere così richiede un apprendistato infinito. Credo che ogni volta che ci si metta a scrivere qualcosa non si compia che una tappa del percorso. E quell’apprendistato va di pari passo con la crescita personale, con la ricerca di senso che ogni uomo si deve per dichiararsi degno di stare al mondo, per non sprecare l’Esperienza meravigliosa della vita per il tempo che ci è dato. L’apprendistato non finisce mai. Il mio non è cominciato con la Scuola Holden, alla quale devo la prima marca da bollo, la prima volta che ho sentito dirmi “sì, se ti metti a lavorare, tu puoi”, nel 2000. E’ cominciato quando sono nata, quando ho cominciato a vedere in un certo modo le cose del mondo, poi a sentirle in un certo modo, poi quando ho cominciato a emozionarmi e a soffrire in un certo modo, poi finalmente quando ho cominciato a leggere, quando ho cominciato a cercare nei libri le risposte che non trovavo da nessun’altra parte. E allora è cominciato un dialogo tra me e le pagine che ho letto, tra me e chi le aveva scritte che non è più finito. Da allora è stato così.

Non mi sono mai sentita all’altezza di poter seguire una strada così ambiziosa, quella di provare a fare ciò che altri avevano fatto e facevano così bene, a volte in modo così perfetto. Poi è successo che ho cominciato a sentire una voce e ho fatto una scommessa. La voce mi diceva devi trovare un modo di tradurre con le parole ciò che percepisci con la mente e con il cuore. La voce mi diceva: puoi farcela. La scommessa è stata ritirarmi dentro le mura di casa e rimettermi in contatto con me stessa, con i libri degli altri, con le mie parole. Sono passati quasi due anni durante i quali ho letto tanto, ho studiato tanto. Devo questa possiblità alle biblioteche della mia provincia, non mi sono mai accorta come in questo periodo quanto costi la cultura e quanto la cultura sia un privilegio di chi prima di tutto abbia uno stipendio e poi abbia uno stipendio importante che gli permetta di regalarsi copertine nuove dopo aver sfamato i figli, ma questo è un altro discorso. Per fortuna, però, ci sono posti dove i libri sono di tutti.

Mentre scrivevo, dicevo, sentivo il bisogno di condividere con altri ciò che stavo facendo. Mi sono messa a scrivere mail, lettere agli addetti ai lavori, cercavo non proprio padri, ma almeno fratelli, cugini lontani, compagni di viaggio. Ho cercato male. Ho atteso invano risposte che non arrivavano, ne ho lette un paio che non avevano tempo di dialogare con me.

Il confronto circa ciò che sto facendo, con i vivi non è mai partito. L’errore è stato credere che fosse perché ciò che faccio non interessa a nessuno. Che il mio isolamento dovesse tradursi in un silenzio. Che le mie pagine dovessero essere cancellate. Stanotte ho sognato che c’è qualcun altro che, come me, fa le sue cose in silenzio, che lavora seriamente e costantemente. Che c’è qualcuno che prima o poi potrebbe passare di qui e trovare conforto nelle mie parole. Che può darsi che io non riuscirò mai a scrivere il libro che serve al mondo, ma forse quello che serve a me e agli altri come me, quando quel giorno, qui o altrove, sarà possibile leggere.

Silenzio

venerdì, aprile 5, 2013 9:37 | Filled in senza categoria

Da un po’ di tempo scrivo molto poco su questo blog. Il motivo è che stanno venendo meno le ragioni per cui è nato qualche anno fa. Quando è nato, avevo appena pubblicato il libro azzurro su mia madre. Quando è nato, cominciavo a ricevere lettere di chi lo aveva letto per farmi sapere che avevo trovato le parole per parlare anche di loro. Quando è nato, avevo appena fatto una scoperta entusiasmante: le mie parole (scritte o dette) comunicavano, creavano una relazione.

 

Da qualche tempo mi accorgo nella vita di tutti i giorni che con le parole non riesco più a creare una relazione, che se la creo, lo faccio nel modo sbagliato, che non sono in grado di capire le parole degli altri e che non riesco più a farmi capire con le mie. Mi accorgo che sto vivendo una regressione temporale che appartiene a un vissuto che già conosco, mi accorgo che sempre più parlo da sola.

 

Mentre continuo a cercarne le ragioni e non posso farlo che analizzando me stessa, mi ritiro nel silenzio.  Perché le parole continuino ad essere per me verbo e salvezza.

Storie vere

venerdì, marzo 15, 2013 11:33 | Filled in gli utlimi occhi di mia madre, senza categoria
storie vere

 

Ieri ero lì. Ho conosciuto due donne solari nonostante le loro condizioni di madri complicate: Francesca che ha un bambino malato di “incompatibilità alla vita” e Stefania che ha perso suo figlio Luigi, suicida a sedici anni senza aver lasciato parole, ma che è riuscita a trovare lei per gli altri parole nel libro, IL CORAGGIO DEL DOLORE, e cuore in un’associazione, AMA (www.automutuoaiuto.it).

 

La domanda della trasmissione era ben posta: l’amore delle madri è l’amore più grande? La risposta è sì. Perché la domanda è astratta e generale. E in astratto e in generale e nel migliore dei mondi possibili la risposta è sì. Ma il sottotesto (esistono madri buone e madri cattive) no. Perché “madre” è un ruolo, non una persona. E ogni ruolo può essere interpretato male o bene a seconda delle capacità, nonostante la buona o la cattiva volontà. Perché le persone sono complesse e complicate e agiscono in virtù delle condizioni fisiche mentali e spirituali che hanno conosciuto e quindi imparato o no.

 

Perché le madri sono donne e quindi persone. Esistono persone buone e persone cattive, persone coraggiose e persone spaventate, persone solari e persone tristi, persone depresse e persone equilibrate, persone capaci e persone ignoranti, persone in difficoltà e persone realizzate,… E poi persone che sono una cosa o le altre in momenti diversi della loro vita. Questo vale anche per i figli che subiscono ognuno la propria madre e che pure sono persone che vengono al mondo con una valigia vuota nella quale andranno a “scegliere” cosa riporre: i sorrisi o le sberle, le carezze o le bestemmie, le lacrime o le corse all’aria aperta, l’odio o il perdono, la tristezza o la luce,…

 

Perché siamo tutti diversi e siamo complicati e complessi e sempre alla ricerca di una nuova stella. Per questo è così magico scrivere della vita degli altri, e anche della nostra.

Vite bandite

giovedì, febbraio 21, 2013 14:32 | Filled in senza categoria

vite bandite

 

 

Nel sussidiario di mia figlia che frequenta la terza elementare c’è scritto che con l’homo habilis, che scoprì come costruirsi arnesi scheggiando le pietre, comincia la storia dell’umanità.

 

Mi è sembrata una bellissima definizione. Umanità. Storia dell’umanità, storia degli uomini (e delle donne, s’intende). La stessa definizione, storia degli uomini, la sto spesso usando ultimamente quando parlo con me e me e pochi altri, per raccontarmi ciò che sto studiando ora. La uso ora perché mi pare di non averla mai studiata in tanti anni di scuole di ogni ordine e grado, la storia degli uomini. Non ho mai pensato alla storia che ho studiato (e odiato) come alla storia degli uomini. Mi pareva mi facessero studiare altro. Io odiavo le date e i fatti, non riuscivo a ricordare cronologicamente, non riuscivo a mettere insieme nomi. Avevo gradito un solo libro al mio esame di storia moderna all’Università che era un libro che parlava di mercanti e di viaggi che in parte ricordo ancora.

Se ho cominciato ad appassionarmi alla storia, alla storia degli uomini (e delle donne, s’intende), lo devo in gran parte ai libri di Emilio Franzina, il professore (universitario), storico, saggista, scrittore, profondo conoscitore della storia degli uomini che hanno lasciato la patria nostra per andare altrove.

 

Questa lezione in musica è un’opportunità. Leggere degli uomini del passato (recente, in questo caso), apporta non poche diottrie al modo in cui guardiamo chi ci abita accanto. 

 

 

Mio fratello che guardi il mondo…

giovedì, gennaio 31, 2013 10:58 | Filled in corpo e sangue, libri

emigrantiLettera di Antonio Basso

(originario di Sandrigo di Vicenza)

 

(Silveira Martins – Rio Grande do Sul, Brasile)

 

Aprile, 1889

 

Carissimi fratelli avengno concueste poche rigne di pregarvi di andare in comune di pregarne il secretario di pregharlo che mefese le carte pervinire in nitaglia perchè ò tutti i miei figli amalati che non pole avezarsi acuesti sibi e arie che non pole stare bene cusì pure mie morta mia figlia Caterina cusi pure mi resta Antonio Bortolo Giovanni Luigi Angela Maria, sono tutti putei amalati molto, eanche io mistrovo con poca salute, cusì pregho il seghor secreatrio di una carità di farmi le carte de venire a casa gratoito perché mitrovo solegrande mezerie. Ghenesta dialtri che è vighisti in nitaglia ghatoiti così pure el mefasa una caristà sepuole farmi lecarte perché sonstà tradio Davanzato Giusto che megha chiama io midichiaro di esere Basso Antonio.

Io miazulto di riverire il signor secretario Chemefese un piacere di condurmi anca i miei vaghagi.

 

                                da Emilio Franzina, MERICA! MERICA! , 1979, Feltrinelli