Ecco perché l’utero è un animale

martedì, novembre 17, 2009 22:50 | Filled in Istèria

starnutoMentre rappresentava per tutti la grande paura, (…), l’aporia fatta sintomo (…), si trattava, né più né meno, del sintomo di sentirsi donna, da Hystéra: ciò che si trova indietro, nel fondo, sul limite, in altre parole, l’utero. La parola “Isteria” appare per la prima volta nel trentacinquesimo aforisma di Ippocrate: “Per una donna colpita da Isteria o nel momento faticoso del parto, starnutire le è sicuramente d’aiuto”. Ciò significa che lo starnuto aiuta a rimettere l’utero nella giusta posizione, che quindi l’utero è dotato della capacità di spostarsi, e che questa specie di membro femminile è un animale.

 

da Georges Didi-Huberman, L’invenzione dell’Isteria, ed. Marietti 1820

 

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L’utero è un animale

sabato, novembre 14, 2009 22:01 | Filled in Istèria

utero“Quando dico donna, dico un sesso tanto fragile e (pur con tutto il rispetto e la riverenza che gli sono dovuti) tanto mutevole, tanto labile, incostante e imperfetto da farmi credere che la natura, quando ha fatto la donna, abbia smarrito quel buon senso onde aveva creato e formato tutto il resto. E io, avendoci pensato cento e cinquecento volte, non so che altro concludere se non che essa natura, forgiando la donna, abbia avuto riguardo al diletto sociale dell’uomo e alla perpetuazione della specie umana assai più che alla perfezione dell’individualità muliebre. Certo è che Platone non sa in quale rango collocarla, se fra gli esseri ragionevoli o fra gli animali bruti. Infatti la natura ha posto dentro al loro corpo, in un luogo segreto e intestino, un animale, un organo che l’uomo non ha, nel quale talora si generano certi umori salsi, nitrosi, borracinosi, acri, morsicanti, lancinanti, acutamente urticanti, per le punture e l’infuocata prurigine dei quali (poiché quest’organo è tutto nervoso ed ipersensibile) tutto il corpo è scosso, tutti i sensi rapiti, tutte le passioni esaltate e rinfocolate, tutti i pensieri rapiti. Di modo che se la Natura non avesse irrorato loro la fronte di un po’ di vergogna, voi le vedreste correre attorno a saccheggiar braghette come forsennate, tal quale le Pretidi, le Mimallonidi, le Tiadi bacchiche nel giorno dei baccanali, e con furia anche più spaventevole; perché questo terribile animale ha connessioni con tutte le principali parti del corpo, come è evidente in anatomia. Io lo chiamo animale, seguendo la dottrina sia degli accademici sia dei peripatetici. Poiché se il movimento in proprio è indizio certo di cosa animata, come scrive Aristotele, e tutto ciò che si muove da sé è detto animale, a buon diritto Platone lo chiama così, riconoscendo in esso movimenti suoi propri di soffocazione, di precipitazione, di corrugazione, di indignazione, e così violenti che sovente ne vien tolto alla donna ogni altro senso e movimento, come si trattasse di lipotimia, sincope, epilessia, apoplessia, e vari sintomi di morte”.

 

F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele, Sansoni, Firenze, 1980

 

Andrea e Luca

venerdì, novembre 13, 2009 21:39 | Filled in narrazione generativa

Andrea, che di mestiere fa lo psicoterapueta, ha scritto in un commento appena più sotto:

 

“Sto leggendo il tuo libro, sembra tu l’abbia scritto nella stanza d’analisi, mi viene in mente che sia molto pasoliniano, nel senso dell’autore che entra in relazione con il lettore attraverso il proprio corpo, che mostra il suo corpo e ne fa testo, arte, oggetto di analisi, d’opinione. Il corpo gioca con la vita e la morte e sembra che tu ci voglia giocare fino in fondo”.

                               

 

arcana

 

  Ascolta Arcana

 

 

 

E dice due cose fondamentali e le dice come le sa dire uno che lo sa fare.

 

La prima: “sembra tu l’abbia scritto in una stanza d’analisi“.

 

Io nella stanza d’analisi ci sono entrata un poco dopo. L’analisi che io ho fatto si chiama emdr ed è stata l’esperienza più importante della mia vita perché mi ha messa al mondo e perché è andata a scovare nel mio immaginario storie incredibili, immagini e viaggi che sembravano farmi entarre in contatto con un’altra dimensione. In quei viaggi ho scritto pagine bellissime, ho toccato e parlato con mia madre, ho cercato spazi dove nessuno potesse farmi del male, sono stata un acaro gigante e poi una pagina che volava via, mi sono tolta pezzi di legno dalla pancia, e ogni cosa la costruivo a parole, scrivevo quello che vedevo parlando.

 

La seconda : “dell’autore che entra in relazione con il lettore attraverso il proprio corpo, che mostra il suo corpo e ne fa testo, arte, oggetto di analisi, d’opinione. Il corpo gioca con la vita e la morte e sembra che tu ci voglia giocare fino in fondo“.

 

Questa è la cosa!  Io sto lavorando proprio su questo. Sento l’esigenza di farmi corpo. Di fare della scrittura corpo. Di abolire il mezzo della pagina, di diventare io pagina, di fare della pagina il mio corpo e di fare del mio corpo pagina. Sto cercando il modo di farlo. Sto cercando il canale.  Quando scrivevo non lo sapevo. Lo facevo e basta. Ora lo so e cerco il modo per passare il confine.  Per scrivere col corpo. Dove mi porterà tutto ciò?

 

La donna e la fogna

giovedì, novembre 12, 2009 21:33 | Filled in luce

scrive Massimo Gramellini su LA STAMPA di oggi 12 novembre

 

 Non conosco il disegnatore Alessio Spataro, autore del libro di fumetti «La ministronza» che narra le avventure del ministro Giorgia Meloni (ribattezzata Mecojoni) nelle fogne di Roma, fra topi, scarafaggi e acrobazie erotiche con sconosciuti. Ma immagino che come artista di sinistra sarà giustamente sensibile ai diritti degli esquimesi e sosterrà le campagne ambientaliste per la difesa dell’upupa. Soprattutto si batterà contro lo sfruttamento delle donne e la volgarità con cui il «sistema» turbo-consumista, incarnato in Italia da Berlusconi, le utilizza per vendere prodotti e dare sfogo a istinti primordiali non mediati da educazione e cultura.

 

Eppure la sensibilità di Spataro si arresta di fronte a forme di vita diverse da sé. Il suo bersaglio è una giovane politica incensurata, sgobbona e talmente al di sopra di ogni sospetto che nemmeno la sua nomina a ministro fu accompagnata dalle battute maliziose che si riservano di solito alle donne in carriera. Viene dal popolo, ma per uno di sinistra non dovrebbe essere un difetto: almeno non lo era fino a qualche tempo fa. Agli occhi di un ultrà dell’ideologia, Giorgia Meloni però ha una tara irredimibile: è di destra e questa appartenenza la fa decadere dai suoi diritti di donna e di essere umano. Il rispetto che meritano le upupa non vale per lei. La si getti dunque nelle fogne, la si trasformi in una ninfomane che non si lava e parla in romanesco triviale coi sorci. Naturalmente trincerandosi dietro il diritto di satira, parolina magica che serve a coprire la mancanza di talento e prima ancora, come sempre, di autoironia.

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Luca

mercoledì, novembre 11, 2009 22:08 | Filled in silence
The Island of Utopia
The Island of Utopia

 

 Brendan Perry. Ascolta UTOPIA

 

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La narrazione generativa

mercoledì, novembre 11, 2009 21:45 | Filled in luce

Andrea says:

 

novembre 11th, 2009 at 16:31

 

Cara Patrizia,
ho appena comprato il tuo libro e insieme ad Ilenia stasera lo apriremo, ci scriveremo la data del 9 novembre, per ricordare l’incontro di noi 4, piccolo incontro, leggero, sottile, ma, in quanto incontro, in grado di cambiare le traiettorie delle nostre vite, impercettibilmente, ma inevitabilmente.
Ieri sono stato ad una presentazione di un libro scritto da un Professore a cui sono legato sia professionalmente che affettivamente. Io sono Psicoterapeuta e questo mio “maestro” ha scritto un nuovo libro con questo titolo “Il colloquio magistrale. La narrazione generativa”.
Io credo che la narrazione sia l’incontro tra persone, tra persone e contesti, tra persone e storie, ed essa sia generativa nel momento in cui apre a nuovi modi di essere e di raccontarsi. Nel nostro precedente “scambio” secondo me abbiamo dato una definizione emozionale di narrazione generativa, la tua presentazione a Fahreneit è stata generativa, nel senso che si sentiva la fatica di un parto, il parto di una morte che ha generato un libro ed una nuova donna. Generare è doloroso mi sembra, non generare è mortale. La narrazione e la psicoterapia hanno molto in comune e proprio questo in particolare, generano attraverso le parole, attraverso la relazione, attraverso le storie che ognuno di noi si porta con se e mette in gioco. Grazie ancora, per il libro, per la risposta che ci hai dato, per l’incontro e quell’impercettibile cambiamento che sta generando.

Andrea

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Piccole luminose cose

martedì, novembre 10, 2009 21:57 | Filled in luce

Ci sono versi, canzoni, parole che di luce ne fanno tanta, che la fanno dentro il cuore, che smuovono i sassi in pancia, così da abbattere i muri che ci isolano dalle ragioni e dallo sguardo degli altri. Voglio regalarvi ogni giorno un po’ delle mie e se vorrete rispondere o pubblicare un po’ delle vostre ve ne sarò grata. Luca, se ci credi ancora, mandaci un po’ di musica.

 

La voce

 

 

C’è una voce nella mia vita,
che avverto nel punto che muore;
voce stanca, voce smarrita,
col tremito del batticuore:
voce d’una accorsa anelante,
che al povero petto s’afferra
per dir tante cose e poi tante,
ma piena ha la bocca di terra:
tante tante cose che vuole
ch’io sappia, ricordi, sì… sì…
ma di tante tante parole
non sento che un soffio… Zvanî
Quando avevo tanto bisogno
di pane e di compassione,
che mangiavo solo nel sogno,
svegliandomi al primo boccone;
una notte, su la spalletta
del Reno, coperta di neve,
dritto e solo (passava in fretta
l’acqua brontolando, Si beve?);
dritto e solo, con un gran pianto
d’avere a finire così,
mi sentii d’un tratto daccanto
quel soffio di voce… Zvanî
Oh! la terra, com’è cattiva!
la terra, che amari bocconi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- No… no… Di’ le devozioni!
Le dicevi con me pian piano,
con sempre la voce più bassa:
la tua mano nella mia mano:
ridille! vedrai che ti passa.
Non far piangere piangere piangere
(ancora!) chi tanto soffrì!
il tuo pane, prega il tuo angelo
che te lo porti… Zvanî… -
Una notte dalle lunghe ore
(nel carcere!), che all’improvviso
dissi – Avresti molto dolore,
tu, se non t’avessero ucciso,
ora, o babbo! – che il mio pensiero,
dal carcere, con un lamento,
vide il babbo nel cimitero,
le pie sorelline in convento:
e che agli uomini, la mia vita,
volevo lasciargliela lì…
risentii la voce smarrita
che disse in un soffio… Zvanî
Oh! la terra come è cattiva!
non lascia discorrere, poi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- Piuttosto di’ un requie per noi!
Non possiamo nel camposanto
più prendere sonno un minuto,
ché sentiamo struggersi in pianto
le bimbe che l’hanno saputo!
Oh! la vita mia che ti diedi
per loro, lasciarla vuoi qui?
qui, mio figlio? dove non vedi
chi uccise tuo padre… Zvanî?… -
Quante volte sei rivenuta
nei cupi abbandoni del cuore,
voce stanca, voce perduta,
col tremito del batticuore:
voce d’una accorsa anelante
che ai poveri labbri si tocca
per dir tante cose e poi tante;
ma piena di terra ha la bocca:
la tua bocca! con i tuoi baci,
già tanto accorati a quei dì!
a quei dì beati e fugaci
che aveva i tuoi baci… Zvanî!…
che m’addormentavano gravi
campane col placido canto,
e sul capo biondo che amavi,
sentivo un tepore di pianto!
che ti lessi negli occhi, ch’erano
pieni di pianto, che sono
pieni di terra, la preghiera
di vivere e d’essere buono!
Ed allora, quasi un comando,
no, quasi un compianto, t’uscì
la parola che a quando a quando
mi dici anche adesso… Zvanî

 

Giovanni Pascoli, da Canti di Castelvecchio

 

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Non credere

sabato, novembre 7, 2009 20:45 | Filled in emozioni

ivan 

Ascolta Ivan Graziani

 

Oggi ho male alla pancina. La malattia della mia pancina è nata nel sangue per la scienza, ma è frutto delle mie emozioni. Quando le mie emozioni sono troppo forti e io non le guardo in faccia fanno un po’ di strada e vanno giù giù nel mio pancino e lo aprono. L’ho visto in foto con la sondina che attraversa il mio intestino, tante volte, nella tv dei medici in endoscopia. Il mio piccolo intestino pulsa e batte come un cuore ma è un cuore sanguinante, con tanti occhi rossi che si aprono e si chiudono (senza abbracciarsi, ahimè) ad ogni battito. Ecco, ricordo che Ivan è morto di un tumore al colon. Me ne sono ricordata oggi mentre mia figlia riascoltava Firenze. E allora ho pensato a tutte le sue emozioni che sono finite nella sua pancia. Ho pensato che forse la sua vita, di emozioni è stata piena. Ho pensato che siamo macchine meravigliose e nel meraviglioso di cui siamo fatti sta tutto il nostro essere amore.

 

Poi si parla tanto del male (anche qui) tra gli scrittori.  Tutto è male. Non c’è altro che male. Io non riesco a portare luce. Cerco di imparare la speranza, il cambiamento, di trovarlo davvero un lumino in fondo alla strada, se no io a quel male non ci credo. E non è un pensiero scollegato. E’ che mia cugina ha 35 anni e un bambino appena nato, e da poco un tumore così brutto che non sanno e non sanno cosa fare. Aspettare. Questo è male, sì, certo, questo è male. Non il male di chi crede che la sua vita sia piena di male perché fa bello e fa luce il male. E ogni riferimento è puramente non casuale. 

 

Ma non volevo parlare del male. Della luce voglio parlare. Della luce della vita che quando viene al mondo aspetta solo la tua pelle per essere salvata. 

 

E’ successo ieri

venerdì, novembre 6, 2009 19:02 | Filled in parole, patrizia

foto patrizia 067E’ successo ieri ed è arrivato tutto insieme.

 

Non me la sento più di prendermi cura di quel libro azzurro che porta in alto sopra il titolo il mio nome. Ho fatto tanto. Ho fatto abbastanza. In questo tanto e in questo abbastanza c’è stato tempo ed energia per portarlo all’attenzione del mondo. E’ durato mesi e ancora dura, il mio piccolo libro, uscito un 3 giugno di caldo, mentre in casa editrice succedevano grandi cambiamenti che hanno impegnato uffici stampa e uffici immagine, che sembrava quasi irreale quell’albero invernale.

 

E’ finito il tempo della promozione. E’ un libro vecchio. Il tempo di vita di un libro sono tre settimane, mi era stato detto, il mio ha resistito all’estate e all’autunno. Per me è un libro bello che vive, ma del quale non mi occuperò più. Ho ancora quattro appuntamenti da qui a marzo. Li vivo serenamente. Mi sono esposta e mi è venuto naturale. Mi è mancata una presentazione torinese. Resta un po’ un sogno andare in vetrina nella propria città. Non me ne sono occupata a suo tempo e non ho più voglia di farlo ora.

 

Mi ritiro dalle parole di mia madre. Mi ripiglio me stessa. Ciò che non è possibile fare coi figli di carne, dà le vertigini con i figli di carta. Altre parole e altre storie mi chiamano a sé, devo andare avanti e dedicarmi a quelle.

 

Sono cresciuta col mio libro, tanto, ho capito di cosa è fatta la mia scrittura, che cosa mi interessa, ho guardato in faccia la vergogna e sono passata oltre, non ho più paura di me e del giudizio del mondo. Io oggi mi sento una scrittrice. Perché ci credo. Perché ci credo tanto. Perché credo di poter scrivere ancora. Perché quello che scrivo ha un valore. Lo ha avuto per molti di voi che mi hanno letto e continua ad averlo per me. Grazie.

 

 

Il libro del giorno di ieri

giovedì, novembre 5, 2009 18:53 | Filled in gli utlimi occhi di mia madre

copertina 1

 

Fahreneit, 4 novembre 2009.

Ascolta l\’intervista