Un apprendistato infinito

martedì, luglio 9, 2013 8:23 | Filled in senza categoria

risveglioStamattina mi sono svegliata pensando che se anche solo uno di voi passasse di qua e leggesse queste parole, forse potrebbe sentirsi sollevato di non essere solo. Perché anche io mi sento così. Per ricominciare a comunicare basta essere in due.

Mi sono sentita molto isolata. Potrei anche usare il presente, ma stanotte ho sognato che siamo almeno in due, quindi va bene il passato ancorché prossimo. Isolata significa senza interlocutori. Interlocutori significa qualcuno con cui discutere di ciò che mi sta a cuore. Ciò che mi sta a cuore è imparare a scrivere, imparare a farlo senza tradire ciò che sento vero. Ciò che sento vero è guardare dentro me stessa senza filtri, indagare l’essere uomo partendo dal mio essere uomo per restituire, nel bene e nel male, un briciolo di autenticità. Sento un indicibile bisogno di autenticità. Per me la letteratura è questo: una estenuante ricerca di senso e di verità. Imparare a scrivere così richiede un apprendistato infinito. Credo che ogni volta che ci si metta a scrivere qualcosa non si compia che una tappa del percorso. E quell’apprendistato va di pari passo con la crescita personale, con la ricerca di senso che ogni uomo si deve per dichiararsi degno di stare al mondo, per non sprecare l’Esperienza meravigliosa della vita per il tempo che ci è dato. L’apprendistato non finisce mai. Il mio non è cominciato con la Scuola Holden, alla quale devo la prima marca da bollo, la prima volta che ho sentito dirmi “sì, se ti metti a lavorare, tu puoi”, nel 2000. E’ cominciato quando sono nata, quando ho cominciato a vedere in un certo modo le cose del mondo, poi a sentirle in un certo modo, poi quando ho cominciato a emozionarmi e a soffrire in un certo modo, poi finalmente quando ho cominciato a leggere, quando ho cominciato a cercare nei libri le risposte che non trovavo da nessun’altra parte. E allora è cominciato un dialogo tra me e le pagine che ho letto, tra me e chi le aveva scritte che non è più finito. Da allora è stato così.

Non mi sono mai sentita all’altezza di poter seguire una strada così ambiziosa, quella di provare a fare ciò che altri avevano fatto e facevano così bene, a volte in modo così perfetto. Poi è successo che ho cominciato a sentire una voce e ho fatto una scommessa. La voce mi diceva devi trovare un modo di tradurre con le parole ciò che percepisci con la mente e con il cuore. La voce mi diceva: puoi farcela. La scommessa è stata ritirarmi dentro le mura di casa e rimettermi in contatto con me stessa, con i libri degli altri, con le mie parole. Sono passati quasi due anni durante i quali ho letto tanto, ho studiato tanto. Devo questa possiblità alle biblioteche della mia provincia, non mi sono mai accorta come in questo periodo quanto costi la cultura e quanto la cultura sia un privilegio di chi prima di tutto abbia uno stipendio e poi abbia uno stipendio importante che gli permetta di regalarsi copertine nuove dopo aver sfamato i figli, ma questo è un altro discorso. Per fortuna, però, ci sono posti dove i libri sono di tutti.

Mentre scrivevo, dicevo, sentivo il bisogno di condividere con altri ciò che stavo facendo. Mi sono messa a scrivere mail, lettere agli addetti ai lavori, cercavo non proprio padri, ma almeno fratelli, cugini lontani, compagni di viaggio. Ho cercato male. Ho atteso invano risposte che non arrivavano, ne ho lette un paio che non avevano tempo di dialogare con me.

Il confronto circa ciò che sto facendo, con i vivi non è mai partito. L’errore è stato credere che fosse perché ciò che faccio non interessa a nessuno. Che il mio isolamento dovesse tradursi in un silenzio. Che le mie pagine dovessero essere cancellate. Stanotte ho sognato che c’è qualcun altro che, come me, fa le sue cose in silenzio, che lavora seriamente e costantemente. Che c’è qualcuno che prima o poi potrebbe passare di qui e trovare conforto nelle mie parole. Che può darsi che io non riuscirò mai a scrivere il libro che serve al mondo, ma forse quello che serve a me e agli altri come me, quando quel giorno, qui o altrove, sarà possibile leggere.

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